UNA TRADE SILENZIOSA
Di: Michele Manzini
A parlare dopo sono bravi tutti. “Con il senno di poi…” molti si sciacquano la bocca, sbrodolano trattati sul come e sul perché come se avessero avuto l’illuminazione del secolo o avessero scoperto qualcosa di inestimabile valore.
Questo, restando al nostro amato basket senza divagare su elucubrazioni filosofiche, per dire che non è mai facile operare con le trade e con le scelte al draft, altrimenti non ci spiegheremmo come sia possibile aver scelto Kobe e Karl Malone alla 13, Nash alla 15, Parker alla 28, Ginobili alla 57 (o visti dall’altra parte della luna, Darko e Thabeet alla 2… sigh) o che un ossuto bavarese che militava nella “legadue tedesca” sia stato scambiato per il Trattore (R.I.P.). Per tutte le altre “follie” del Draft il BBB vi omaggia con articoli degni di nota e di ignoranza.
Insomma, non è sempre tutto chiaro dall’inizio (citofonare Van Gogh e Galileo, qualcosa in merito potrebbero raccontarvelo), è frequente assistere a “steal of the draft” come quelli di cui sopra o a scambi che demoliscono una franchigia, rafforzandone oltre misura un’altra.
Molto più raro in NBA è assistere a operazioni di, concedetemi il termine calcistico, “mercato” che avvantaggino entrambe le squadre operanti.
Una di queste è lo scambio operato dai Los Angeles Lakers con i Memphis Grizzlies che a portato Pau Gasol in California in cambio di due prime scelte, Kwamone Brown (come dimenticarsi di lui tra le prime scelte discutibili), Aaron McKie, Javaris Crittenton (sì, proprio lui, quello dello scambio amichevole di vedute con Gilbert Arenas e successivamente accusato di omicidio della fidanzata… provate voi a battere le storie che sforna l’NBA) e un ciccione spagnolo che per pura coincidenza è il fratellino di Pau. Facile all’inizio gridare allo scandalo e insultare la dirigenza dei Grizzlies, ora 29/29 dei GM NBA scambierebbero la moglie per portare nella loro franchigia il centro catalano.
Senno di poi, appunto.
Ma ce n’è uno di questi scambi che è stato molto sottovalutato, passando a mio modestissimo parere un po’ sotto traccia, e che quest’anno ha avuto notevolissima influenza sui Playoffs.

23 giugno 2011, Prudential Center, Newark. È la notte del Draft, all’inizio del lockout che immobilizzerà la Lega per i successivi sei mesi. L’attenzione di tutti è sul contratto collettivo che tiene banco all’Olympic Tower ma c’è chi, incurante di ciò, tratta in silenzio. È stata appena scelto alla 11 Klay Thompson dai Golden State Warriors, tocca agli Utah Jazz. I telefoni squillano, i messaggi viaggiano e quello di Dennis Lyndsey, assistente GM degli Spurs, e di David Morway, GM dei Pacers, sono in costante connessione. Indiana ha la scelta numero 15 e c’è già un accordo tra le due franchigie per scambiare quella scelta con George Hill, inseguito da Larry Bird e soci fin dal 2008 quando fu scelto dagli Spurs e già oggetto di una mancata trade tra le due franchigie l’anno prima, nel 2010, quando i Pacers decisero di interrompere tutto visto che alla 10 avevano ancora a disposizione come scelta quel Paul George che ora sta letteralmente esplodendo.
A un anno di distanza Hill viene considerato da Indiana la guardia perfetta da inserire nel loro sistema, più forte fisicamente e difensivamente di Darren Collison e adatto a giocare meno pick and roll ma un attacco inside-out con più controllo del ritmo. Lo stesso Georgie (così chiamato da Gregg Popovich) ancorchè amato e cresciuto dai texani, sarebbe costato parecchio a San Antonio che per rifirmarlo avrebbe superato il tetto salariale. E considerando la continua ascesa di Tony Parker e la necessità di trovare un’ala piccola con determinate caratteristiche (anche per potersi liberare, come se fosse uranio radioattivo, del contrattone di Richard Jefferson) hanno deciso, seppur a malincuore, di scambiarlo.
Formalizzato quindi lo scambio (oltre alla 15 anche la 42, dove sarà scelto il lettone Bertans e i diritti su Lorbek, meglio non scordarselo… lo sloveno poi sarebbe rimasto al Barcellona anche perché gli Spurs useranno la mid-level exception per firmare quel “ciccione” di Boris Diaw… love you man) c’è solo da attendere le scelte 12, 13 e 14: Utah sceglie Alec Burks, Phoenix e Houston scelgono i gemelli Morris. La scelta degli Spurs è salva, così Indiana alla 15 sceglie Kawhi Leonard.
Non che Leonard non piacesse ai Pacers, ma con in squadra Granger e George e avendo bisogno di Hill acconsentirono allo scambio. E ora, a due anni di distanza, non solo questo scambio è considerato una vittoria per entrambe le franchigie, ma ha un’influenza drammatica (nel senso sportivo del termine) su questi Playoffs 2013.
Perché?! Semplice, parlano i fatti (più che le mere statistiche).
Hill è perfetto per lo “smashmouth basketball” dei Pacers, in cui prevalgono le “physical plays”, il gioco interno dei lunghi (post-up, slip the pick, alto-basso), i rimbalzi offensivi e la conquista di molti tiri liberi che sopperiscono alle basse percentuali e alla molte palle perse. Hill riesce a orchestrare l’attacco molto bene rispetto a una guardia più piccola e rapida, evitando penetrazioni e giocate in velocità, controllando il ritmo. E questo contro Miami si sta rilevando fondamentale, anche per non scoprirsi ai contropiedi e alla transizione di Miami che può essere letale.
E in più riesce a difendere sulla totalità delle guardie avversarie.
E il buon Kawhi?! Beh, qui gli Spurs si sono superati trovando nell’ala da San Diego State il pezzo perfetto per il loro armonico puzzle. Un attacco così fluido unito a una difesa così solida come quelli degli speroni negli ultimi anni è raro da vedere, aggiungere questa autentica piovra umana è illegale. Un nuovo Bruce Bowen, ma più forte in attacco.
Come prima cosa guadagna 11 milioni meno di Hill nelle prossime due stagioni, che schifo non fa. Nella metà campo offensiva è un solidissimo tiratore da 3 punti, specialmente dall’angolo (zona cara agli Spurs), ha un buon bagaglio di movimenti (in post-up è per efficienza il primo giocatore della Lega) e va al ferro con facilità e senza paura, attaccando bene i recuperi quando si trova sul perimetro.
Il problema è che questo è niente. È in difesa dove questo timido (la morte del padre gli ha notevolmente cambiato la vita), silenzioso, introverso, quasi noioso (ma guarda, proprio come Tim Duncan… per citare l’articolo di Andrea Segatta) ragazzo fa la differenza. Sostituendo il vecchio e caro RJ, non in grado di difendere sulle ali piccole avversarie dove spesso veniva dislocato Ginobili, ha fornito a Popovich un’arma in più contro i più forti giocatori avversari (può marcare dalle point guard alle ali piccole, passando da Stephen Curry a Kevin Durant), è bravo sia nella difesa statica che sul perimetro, in recupero, sul tiratore o sul pick and roll. E, per finire, è un notevolissimo rimbalzista.
E con le sue braccia interminabili che gli consentono 2.23 m di apertura alare è un pericolo costante per tutti.
Quella trade ha sconvolto gli equilibri di queste due franchigie, ha portato Popovich a rinunciare a un giocatore che letteralmente adorava e che aveva cresciuto per prendere ciò che serviva a restare competitivi e ha portato Indiana a rinunciare a una coppia del calibro di Leonard-George per esigenze di gioco, avere più equilibrio e un giocatore di sicura efficienza come guardia (nessuno avrebbe scommesso che Leonard sarebbe diventato quello che è adesso… e forse il Leonard di San Antonio non sarebbe lo stesso ai Bobcats o a Washington… con rispetto).
Certo, non sono gli unici fattori da considerare, ma ha aiutato gli Spurs a raggiungere la quinta finale NBA in 15 anni di era Duncan (si perché senza di lui, a San Antonio tutto buio, solo serpenti e poco altro… e ok, anche l’infortunio di Westbrook ha aiutato) e i Pacers a giocarsi l’accesso alla suddetta finale in gara 7 contro gli Heat, con un attacco che definire modesto è fargli un favore ma con una grinta, una determinazione, una durezza e una fisicità che in questa NBA fatta di centri che giocano fuori dai 7.25 è ormai una rarità.
A due anni di distanza da quella notte del draft, in qui si effettuò questo scambio molto poco considerato, le strade di queste due franchigie si potrebbero incrociare di nuovo. Location NBA Finals 2013.
Certo, LeBron James permettendo.












