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UNA TRADE SILENZIOSA

on Lunedì, 03 Giugno 2013. Posted in Nba

Di: Michele Manzini

A parlare dopo sono bravi tutti. “Con il senno di poi…” molti si sciacquano la bocca, sbrodolano trattati sul come e sul perché come se avessero avuto l’illuminazione del secolo o avessero scoperto qualcosa di inestimabile valore.

Questo, restando al nostro amato basket senza divagare su elucubrazioni filosofiche, per dire che non è mai facile operare con le trade e con le scelte al draft, altrimenti non ci spiegheremmo come sia possibile aver scelto Kobe e Karl Malone alla 13, Nash alla 15, Parker alla 28, Ginobili alla 57 (o visti dall’altra parte della luna, Darko e Thabeet alla 2… sigh) o che un ossuto bavarese che militava nella “legadue tedesca” sia stato scambiato per il Trattore (R.I.P.). Per tutte le altre “follie” del Draft il BBB vi omaggia con articoli degni di nota e di ignoranza. 

Insomma, non è sempre tutto chiaro dall’inizio (citofonare Van Gogh e Galileo, qualcosa in merito potrebbero raccontarvelo), è frequente assistere a “steal of the draft” come quelli di cui sopra o a scambi che demoliscono una franchigia, rafforzandone oltre misura un’altra.

Molto più raro in NBA è assistere a operazioni di, concedetemi il termine calcistico, “mercato” che avvantaggino entrambe le squadre operanti.

Una di queste è lo scambio operato dai Los Angeles Lakers con i Memphis Grizzlies che a portato Pau Gasol in California in cambio di due prime scelte, Kwamone Brown (come dimenticarsi di lui tra le prime scelte discutibili), Aaron McKie, Javaris Crittenton (sì, proprio lui, quello dello scambio amichevole di vedute con Gilbert Arenas e successivamente accusato di omicidio della fidanzata… provate voi a battere le storie che sforna l’NBA) e un ciccione spagnolo che per pura coincidenza è il fratellino di Pau. Facile all’inizio gridare allo scandalo e insultare la dirigenza dei Grizzlies, ora 29/29 dei GM NBA scambierebbero la moglie per portare nella loro franchigia il centro catalano.

Senno di poi, appunto. 

Ma ce n’è uno di questi scambi che è stato molto sottovalutato, passando a mio modestissimo parere un po’ sotto traccia, e che quest’anno ha avuto notevolissima influenza sui Playoffs.

23 giugno 2011, Prudential Center, Newark. È la notte del Draft, all’inizio del lockout che immobilizzerà la Lega per i successivi sei mesi. L’attenzione di tutti è sul contratto collettivo che tiene banco all’Olympic Tower ma c’è chi, incurante di ciò, tratta in silenzio. È stata appena scelto alla 11 Klay Thompson dai Golden State Warriors, tocca agli Utah Jazz. I telefoni squillano, i messaggi viaggiano e quello di Dennis Lyndsey, assistente GM degli Spurs, e di David Morway, GM dei Pacers, sono in costante connessione. Indiana ha la scelta numero 15 e c’è già un accordo tra le due franchigie per scambiare quella scelta con George Hill, inseguito da Larry Bird e soci fin dal 2008 quando fu scelto dagli Spurs e già oggetto di una mancata trade tra le due franchigie l’anno prima, nel 2010, quando i Pacers decisero di interrompere tutto visto che alla 10 avevano ancora a disposizione come scelta quel Paul George che ora sta letteralmente esplodendo. 

A un anno di distanza Hill viene considerato da Indiana la guardia perfetta da inserire nel loro sistema, più forte fisicamente e difensivamente di Darren Collison e adatto a giocare meno pick and roll ma un attacco inside-out con più controllo del ritmo. Lo stesso Georgie (così chiamato da Gregg Popovich) ancorchè amato e cresciuto dai texani, sarebbe costato parecchio a San Antonio che per rifirmarlo avrebbe superato il tetto salariale. E considerando la continua ascesa di Tony Parker e la necessità di trovare un’ala piccola con determinate caratteristiche (anche per potersi liberare, come se fosse uranio radioattivo, del contrattone di Richard Jefferson) hanno deciso, seppur a malincuore, di scambiarlo.

Formalizzato quindi lo scambio (oltre alla 15 anche la 42, dove sarà scelto il lettone Bertans e i diritti su Lorbek, meglio non scordarselo… lo sloveno poi sarebbe rimasto al Barcellona anche perché gli Spurs useranno la mid-level exception per firmare quel “ciccione” di Boris Diaw… love you man) c’è solo da attendere le scelte 12, 13 e 14: Utah sceglie Alec Burks, Phoenix e Houston scelgono i gemelli Morris. La scelta degli Spurs è salva, così Indiana alla 15 sceglie Kawhi Leonard.

Non che Leonard non piacesse ai Pacers, ma con in squadra Granger e George e avendo bisogno di Hill acconsentirono allo scambio. E ora, a due anni di distanza, non solo questo scambio è considerato una vittoria per entrambe le franchigie, ma ha un’influenza drammatica (nel senso sportivo del termine) su questi Playoffs 2013.

Perché?! Semplice, parlano i fatti (più che le mere statistiche).

Hill è perfetto per lo “smashmouth basketball” dei Pacers, in cui prevalgono le “physical plays”, il gioco interno dei lunghi (post-up, slip the pick, alto-basso), i rimbalzi offensivi e la conquista di molti tiri liberi che sopperiscono alle basse percentuali e alla molte palle perse. Hill riesce a orchestrare l’attacco molto bene rispetto a una guardia più piccola e rapida, evitando penetrazioni e giocate in velocità, controllando il ritmo. E questo contro Miami si sta rilevando fondamentale, anche per non scoprirsi ai contropiedi e alla transizione di Miami che può essere letale.

E in più riesce a difendere sulla totalità delle guardie avversarie. 

E il buon Kawhi?! Beh, qui gli Spurs si sono superati trovando nell’ala da San Diego State il pezzo perfetto per il loro armonico puzzle. Un attacco così fluido unito a una difesa così solida come quelli degli speroni negli ultimi anni è raro da vedere, aggiungere questa autentica piovra umana è illegale. Un nuovo Bruce Bowen, ma più forte in attacco.

Come prima cosa guadagna 11 milioni meno di Hill nelle prossime due stagioni, che schifo non fa. Nella metà campo offensiva è un solidissimo tiratore da 3 punti, specialmente dall’angolo (zona cara agli Spurs), ha un buon bagaglio di movimenti (in post-up è per efficienza il primo giocatore della Lega) e va al ferro con facilità e senza paura, attaccando bene i recuperi quando si trova sul perimetro.

Il problema è che questo è niente. È in difesa dove questo timido (la morte del padre gli ha notevolmente cambiato la vita), silenzioso, introverso, quasi noioso (ma guarda, proprio come Tim Duncan… per citare l’articolo di Andrea Segatta) ragazzo fa la differenza. Sostituendo il vecchio e caro RJ, non in grado di difendere sulle ali piccole avversarie dove spesso veniva dislocato Ginobili, ha fornito a Popovich un’arma in più contro i più forti giocatori avversari (può marcare dalle point guard alle ali piccole, passando da Stephen Curry a Kevin Durant), è bravo sia nella difesa statica che sul perimetro, in recupero, sul tiratore o sul pick and roll. E, per finire, è un notevolissimo rimbalzista.

E con le sue braccia interminabili che gli consentono 2.23 m di apertura alare è un pericolo costante per tutti.

 

Quella trade ha sconvolto gli equilibri di queste due franchigie, ha portato Popovich a rinunciare a un giocatore che letteralmente adorava e che aveva cresciuto per prendere ciò che serviva a restare competitivi e ha portato Indiana a rinunciare a una coppia del calibro di Leonard-George per esigenze di gioco, avere più equilibrio e un giocatore di sicura efficienza come guardia (nessuno avrebbe scommesso che Leonard sarebbe diventato quello che è adesso… e forse il Leonard di San Antonio non sarebbe lo stesso ai Bobcats o a Washington… con rispetto).

Certo, non sono gli unici fattori da considerare, ma ha aiutato gli Spurs a raggiungere la quinta finale NBA in 15 anni di era Duncan (si perché senza di lui, a San Antonio tutto buio, solo serpenti e poco altro… e ok, anche l’infortunio di Westbrook ha aiutato) e i Pacers a giocarsi l’accesso alla suddetta finale in gara 7 contro gli Heat, con un attacco che definire modesto è fargli un favore ma con una grinta, una determinazione, una durezza e una fisicità che in questa NBA fatta di centri che giocano fuori dai 7.25 è ormai una rarità. 

A due anni di distanza da quella notte del draft, in qui si effettuò questo scambio molto poco considerato, le strade di queste due franchigie si potrebbero incrociare di nuovo. Location NBA Finals 2013.

Certo, LeBron James permettendo.

NOIOSAMENTE, MERAVIGLIOSAMENTE DUNCAN

on Mercoledì, 29 Maggio 2013. Posted in Nba

Di: Andrea Segatta

Come ogni anno l’NBA ha pubblicato la lista dei tre migliori quintetti della stagione. Ed esattamente come ogni anno pochissime pretese di serietà, moltissime persone in disaccordo e  relativa importanza data all'evento. Com’è giusto che sia. C’è tuttavia un nome, inserito nel primo quintetto, che non può non sorprendere. Resti lì basito qualche secondo, rileggi perché si sa mai che ti sia sbagliato in un momento di delirio, poi però capisci che in fondo non c’è nulla di strano. 

Il nome? 

Timothy Theodore Duncan.

Anno di nascita: 1976.

Stagioni nella National Basketball Association: sedici. Ad oggi, ma si tende a salire.

 

In effetti, dando una sbirciatina alle statistiche di questo ragazzone, non ci sarebbe nulla per cui valga la pena scandalizzarsi: stando a quello che dicono le cifre, non è stato esattamente a guardare quest’anno.

Ecco, il fatto è un altro, ossia che costui ha giocato (pardòn: sta giocando, perché mentre molti altri sono già al mare, lui si giocherà la finale NBA) l’ultima di una serie di fantastiche stagioni, e si tratta di una serie piuttosto lunga. Il problema legato a questo imponente caraibico è ben più grave di una nomina in un fantaquintetto. Infatti, pur essendo tranquillamente uno dei migliori giocatori degli ultimi tre lustri, nonché uno dei più vincenti, sono ancora in tanti coloro che non ne riconoscono il reale valore. Sottovalutare un giocatore del suo calibro potrebbe sembrare assurdo e impossibile, ma è esattamente ciò che succede da tanto, troppo tempo.

Perché? I motivi possono essere diversi, ma ce n’è uno che probabilmente li sintetizza perfettamente, ossia il suo soprannome. “The Big Fundamental”, così è conosciuto Timoteo all’interno della Lega. Come può essere così importante un semplice soprannome? Diciamo che Shaq, primo ministro indiscusso per l'assegnazione dei nickname se ne esiste uno, raramente sbaglia, e Tim non è sfuggito alla legge dell'ex colosso dei Lakers.
Il soprannome è un'etichetta che un giocatore si porta appresso per anni, un'etichetta che prova a descrivere nel modo più sintetico possibile le caratteristiche dell'atleta. E "The Big Fundamental" non è quel tipo di nomignolo che si adatta a giocatori capaci di infiammare le arene, anzi. Nonostante sia, come già detto, una trovata estremamente riuscita, che sa concentrare tutte le migliori qualità dello stile di Duncan in tre sole parole.
Uno stile che con l’NBA attuale ha poco a che fare, e per questo ancora più affascinante, a modesto parere di chi scrive.

Come descriverlo? Essenziale, pulito, semplice, preciso, appropriato, intelligente spesso ai limiti della perfezione. Per molti, soltanto “noioso”. Per fortuna del centro degli Spurs, ci sono gli annali a rendere giustizia alla sua gloriosa carriera: le statistiche, i record infranti, i successi ottenuti, tutto ciò resterà sempre un gradino sopra le valutazioni dei tifosi.

In effetti, per quanto “noioso”, un giocatore che ha conquistato quattro anelli, due volte il titolo di MVP della stagione regolare, tre volte quello delle finali (di cui uno al suo secondo anno, evento unico nella storia), che ha partecipato quattordici volte all’All-Star Game, che da quando gioca non ha mai mancato l’appuntamento coi playoff, non può essere uno qualunque. È vero, Tim ha dalla sua il vantaggio “to be a big man”, ossia una statistica che dimostra come giocatori fisicamente più strutturati come lui, che giocano nel suo ruolo, siano storicamente più longevi e più prolifici. Ma uno studio di questo tipo, per quanto corretto, non può intaccare neanche parzialmente i meriti del Duncan giocatore.

 Basterebbe questa carrellata di dati per rendere l’idea di quanto maestosa sia stata la carriera del pupillo di Gregg Popovich, ma sarebbe ingiusto non soffermarsi nemmeno un secondo sui meriti del Duncan uomo. Perché, se è vero che spesso la storia si fa coi numeri, i ricordi invece si plasmano con criteri diversi, e non è detto che la prima valga necessariamente più dei secondi. L’immagine che i fan degli Spurs conserveranno di Duncan sarà indelebile e commovente, e sarà difficile nel futuro scindere il nome di San Antonio dal suo. Se è vero, come afferma qualcuno, che ciò che siamo in realtà è il ricordo che lasciamo impresso nella memoria degli altri, ecco Timoteo si è quantomeno portato avanti, perché è verosimile pensare che dalle parti del Texas nella classifica dei più amati ce ne siano pochi davanti a lui.

Ecco perché i numeri non sono tutto. Non si instaura un rapporto simile con milioni di persone semplicemente strappando qualche rimbalzo e segnando un po’ di canestri più del normale, bisogna andare oltre.

Bisogna, per esempio, aver dalla propria parte una padronanza tale del gioco da poter mostrare sempre quell’espressione calma, concentrata ma pacata, che Duncan non si toglie mai dal volto quando è in campo. Anche sotto questo aspetto Tim è dannatamente, e splendidamente, diverso da molti degli attuali protagonisti della NBA, che dopo giocate spettacolari o particolarmente importanti amano sbraitare, urlare, lanciare occhiatacce incattivite al pubblico, quando non si martellano il petto come fosse un tamburo da guerra.

E guai a interpretare questo lato imperturbabile del carattere di Duncan come una mancanza di carisma, o di leadership. Anzi, se esiste una figura di riferimento all’interno di uno spogliatoio, in grado di influenzare il comportamento dei compagni sia in generale, sia soprattutto sul campo,  Duncan rappresenta l’essenza di quel genere di persona. Non per niente, in un pezzo che definire interessante è il minimo che si possa fare, Jesse Blanchard afferma che:

Duncan’s game is built to incorporate his teammates, and his leadership follows. It’s a reason the Spurs have been able to thrive regardless of who they surround Duncan with and what style of play they utilize.” Che in poche parole significa: questo ragazzone è capace, grazie alla sua esperienza e alla sua autorità, di far rendere al meglio praticamente qualsiasi squadra.

Citando poi direttamente Popovich, che non è esattamente uno sprovveduto, si intuisce che “Tim Duncan has really been the key, and then Manu and Tony after they got there. They’re not demanding in the sense of being critical or judgmental. They give time to new guys that come in and they create an environment that allows them to flourish.” Che, per chi non mastica l’inglese, è un modo molto originale, estremamente ragionato e decisamente ben spiegato per affermare come Tim sia stato, letteralmente, la chiave degli ultimi gloriosi anni degli Spurs. Lui, la sua pazzesca leadership e la sua incredibile capacità di trovare sempre nuove motivazioni per rimanere nella cerchia dei migliori.

Ma non è ancora tutto. No, perché adesso arriva la parte più bella, quella più piacevole da raccontare, il gesto insolito e sorprendente che conquista definitivamente persone che già stravedono per te.

Avete presente quel concetto di “bandiera” che, sportivamente parlando, si sta un po’ perdendo? O che, per essere sinceri, ormai è più difficile da trovare di un posto in spiaggia il week end di Ferragosto?

Ecco, il nostro giusto l’anno scorso ha deciso di dimezzarsi l’ingaggio, così su due piedi. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, gli Spurs avrebbero lasciato andar via qualcun altro pur di non perderlo, ma per il bene della squadra, per permettere alla dirigenza di mantenere un roster altamente competitivo, e per fugare qualsiasi possibile dubbio sul suo futuro, Tim in poche ore è passato dall’ essere il terzo giocatore più pagato dell’intera Lega ad essere il quarto giocatore più pagato della sua sola squadra. Per carità, si porta ancora a casa i suoi onesti 9 milioni di dollari all’ anno, viverci ci vive, e pure bene. Però non l’ha obbligato nessuno ed anzi sarebbe stato difficile criticarlo se non l’avesse fatto. In più non so quanti altri al posto suo sarebbero stati capaci di prendere la stessa scelta. E per finire, di squadre disposte a offrirgli contratti molto più ricchi ce n’erano eccome, in giro per gli States. Una vera scelta di cuore, una dimostrazione genuina di attaccamento e di gratitudine alla propria maglia, che è stata rafforzata dallo stesso con questa dichiarazione che lascia poco spazio ad interpretazioni: “I'm not going anywhere. You can print that wherever you want to. I'm here and I'm a Spur for life. 

Una carriera magnifica, un giocatore speciale nella sua semplicità, una persona splendida.

Mica male, per uno che ha iniziato a giocare a basket per caso, dopo che un uragano demolì la piscina dove nuotava da piccolo.

C’è qualcuno ancora convinto della storia del “si, bravo, ma noiosetto…”?

Il volo dei Cardinals

on Mercoledì, 10 Aprile 2013. Posted in Nba

 Di: Lukish

Ieri sera ho recuperato la finale di NCAA, giocata ad Atlanta davanti a 75000 spettatori, tra Louisville e Michigan. Le 3 di notte di lunedì erano purtroppo proibitive e sarei arrivato al lavoro in uno stato che non avrebbe avuto niente a che fare con la parola presentabile. Quindi la cosa è inevitabilmente slittata. Poco male, ne è valsa la pena lo stesso. Un sacco.

Per me l’ NCAA è sinonimo di Marzo. Non sono un fanatico del College basket, non venitemi a chiedere cosa succede durante l’anno, non ne ho la minima idea. Ma a Marzo, da cinque anni a questa parte, la March  Madness mi rapisce il cuore e mi trascina nel suo mondo fatato fatto di Cenerentole, eroi e grandi sconfitti.

È difficile da spiegare, oltretutto per un miscredente come me, uno che appunto durante l’anno se frega, ma devo provarci lo stesso.

La March Madness è Battle Royale di Takami, è gara 7 delle finali NBA per un mese di fila, è tutto quello che un giocatore di basket sogna di poter vivere almeno una volta nella vita.

E la finale di quest’ anno è lo specchio perfetto di quanto riassunto sopra.

La premessa necessaria è che io una cosa così non l’ avevo mai vista. Mai.

Il livello di gioco mostrato in una partita così importante, così decisiva, è stato impressionante. La partita è stata divertente ed emozionante dal minuto uno al minuto quaranta. Il primo tempo lo metto a mani basse tra i 3 momenti di basket migliori di quest’ anno. In almeno quattro occasioni io e mio fratello ci siamo guardati in faccia e abbiamo gridato ‘Porca Troia che roba’(le penetrazioni del duo Siva-Smith, l’inchiodata di Hardaway JR, l’onnipotenza di Burke e le fighe che giravano sugli spalti.)

Non prendetemi per razzista, perché non c’è cosa che odio di più, ma vedere due ‘white-boy’ infilare otto bombe dall’ arco con una discreta ignoranza in un primo tempo epico e trascinare le proprie squadre, dominate solitamente dagli afro-americani, mi ha strappato più un sorriso. Poi c’è Burke che infila cose senza senso e l’ordine delle cose viene subito ristabilito sia chiaro, ma se settimana scorsa avessero chiesto a Spike Albrecht quanti punti avrebbe collezionato alla fine dei venti minuti della sua prima finale NCAA forse vi avrebbe risposto che sarebbero stati giusto un paio. Ecco fate 17. Per uno che in stagione viaggiava a 1.8 di media. Sono uno sproposito, sono una cosa senza senso. Ma questo è il mondo del College e per intensità e cuore è irraggiungibile anche da quelli del piano di sopra.

E per intensità e cuore mi vengono in mente almeno 3 nomi. Luke Hancock, l’altro bianco di cui si parlava sopra. Una mano fatata attaccata ad un cervello funzionante, il giocatore che molti sottovalutano e che ti leva le castagne dal fuoco quando serve per davvero.

Chane Behanan, 15 punti, 12 rimbalzi, SETTE offensivi al netto di una quantità di botte prese tendenti all’ infinito. Gli ultimi due punti strappati letteralmente dalla mani degli avversari dopo un suo appoggio sbagliato al ferro la fotografia migliore. MVP romantico se c’è ne è uno.

Peyton Siva, il samoano di Seattle. Non vi parlerò del suo passato perché ce lo hanno raccontato più o meno tutti in ogni salsa possibile. Quello che io ho visto sul campo è un ragazzo con una consapevolezza smodata dei propri mezzi, una determinazione incredibile e due palle grosse come il Kentucky. E il suo sogno trasformato in realtà. E tanto mi basta. Nel dubbio la sua maglia me la son portata a casa.

Tutto questo senza contare la mano di Rick Pitino e il sorrisone di Kevin Ware al taglio della retina. Direi che per una sera ce n’è che avanza. 

Nota:

. A fine partita Spike Albrecht si è messo a fare il fenomeno con Kate Upton su Twitter. Re del mondo ora. 

Tough guys and..others

on Giovedì, 28 Marzo 2013. Posted in Nba

Vi capita mai, mentre ascoltate le telecronache Buffa-Tranquillo, ma anche Tranquillo-Mamoli, di fare caso alla frase: “Questo giocatore ha una storia incredibile”?
A quel punto di solito mi aspetto la classica tavola dei comandamenti del ghetto, tipo: “è stato cresciuto dalla nonna, che era cieca, sorda e aveva una padella al posto di un braccio”.
Ecco, badate bene. Di solito è tutto vero.
Ora, non ci vuole un genio per capire che Compton risulta leggermente più pericolosa di Busto Arsizio, e che mentre qua i bambini a Natale ricevono il Lego Duplo, nel Queens ricevono dei caricatori per la Beretta; però non è neanche così scontato che tutti i giocatori Nba debbano essere dei delinquenti (Glen Davis, bel pacioccone, ce l’ho con te).

Alcuni lo sono, e lo sono per davvero, al punto che in campo il loro primo pensiero è schienarti, calpestarti e farti sentire una merda, poi eventualmente se serve, difendere.
Lasciamo da parte per una volta discorsi su MVP e vaccate del genere, stavolta si parla di “tough guys”, i veri duri. O delinquenti, se preferite.

Ron Artest (col cazzo che ti chiamo Metta World Peace). Natural Born Tough Guy.


Ho due o tre punti a favore del Ronald nazionale.
1. Ad Harlem è conosciuto ancora come True Warrior. E se ti chiamano così da quelle parti, tendenzialmente vuol dire che ti sei meritato la nomea.
2. Ha steso tre quarti del pubblico del Palace of Auburn Hills nella famosa rissa Pistons-Pacers. La metà di quelle persone è ancora in ospedale.
3. Ad uno che si bacia i bicipiti dopo aver segnato da tre punti, voi direste qualcosa?

Kenyon Martin. Bad Ass Tough Guy.

Un altro personaggio al quale non andrei a dire: “Mi scusi, ma ha parcheggiato nei posteggi rosa”.
Figlio di madre single, che faceva due lavori per mantenere lui e la sorella, ha cambiato sessantaquattro scuole in 3 anni di liceo poi, passando per Cincinnati, è entrato in Nba devastando tabelloni grazie ai lob di Jason Kidd in versione “Bacio alla sciura Joumana quando tiro i liberi”.
Ha un tatuaggio onestamente significativo, che recita “Bad Ass, Yellow Boy”. La storia è semplice, ma magnifica: quando era un ragazzino che cercava di giocare al campetto, veniva scelto sempre tra gli ultimi per via del colore della sua pelle, che è di una tonalità molto chiara, quasi giallognola – da qui il nomignolo “yellow boy”. Il tatuaggio utilizzato come una piccola vendetta.
Bad Ass come pochi.
Yellow Boy sta minchia.

Rasheed Wallace. Uber-Tough Guy.

Non si discute, ‘Sheed è il duro più duro che c’è. Matto come un cavallo, ormai di lui abbiamo sviscerato ogni segreto, ogni medicinale assimilato, ogni bestemmia urlata contro gli arbitri.
Radio Wallace ci ha regalato la perla delle perle di questi ultimi 20 anni di basket Nba, ovvero “Ball don’t lie”, pronunciata sempre e solamente come sbeffeggio nei confronti della terna arbitrale, rea di aver sbagliato a prescindere. Il Re e Faraone supremo della trinità Io, Sheed e Rasheed, lo vorrei sempre nella mia squadra, che sia una partita a briscola, o che sia una rissa sotto la curva durante il derby Scannabuese-Trescore Cremasco. Io con lui a presenziare l’area in difesa, tiro solo da tre.
Da metacampo.
Ave, o Cesare.

Kurt Thomas. Dirty Tough Guy.

Il suo soprannome è Dirty Kurt. Sporco, cattivo e grosso.
Ho visto persone prendere un suo blocco e non rialzarsi mai più. Ho visto il suo gomito sfondare casse toraciche e zigomi. Ho visto il suo culone tagliare fuori 34 giocatori in una volta sola.
Uno di quei personaggi che non si fanno problemi a dare “il benvenuto” ai rookie nella Nba, con mannaiate nel muso al primo tentativo di penetrare dentro l’area.
Il quintetto difensivo degli Spurs nel 2008, con lui e Bruce Bowen a braccetto, ha fatto più morti della prima e della seconda guerra mondiale messe insieme.
L’ultimo che gli ha fatto notare che a 40 anni suonati sarebbe ora di ritirarsi, è tornato negli spogliatoi piangendo.

Tyler Hansbrough. Psyco Tough Guy.



Io ADORO Tyler Hansbrough, fin dai tempi di North Carolina e dei record in maglia Tar Heels.
Il tranquillo e mite Tyler è il classico esempio di giocatore che quando distribuivano il talento, si trovava nella fila per il pop-corn, e aveva già il biglietto per la fila delle bibite.
Un uomo posseduto dal dio dell’intensità, considerando che in tre anni ha litigato con tutti i giocatori della Nba, compagni di squadra compresi. Leggenda narra che a durante una trasferta a Chicago abbia litigato con la statua di Jordan fuori dallo United Center. Il suo soprannome è Psyco-T, semplicemente perché è un pazzo maniaco che usa i gomiti per  aprire i fusti di birra e i setti nasali. Io lo adoro, voi dovreste farlo. Poi oh, la vita è la vostra.

Bruce Bowen. Son of a Bitch Tough Guy.
Allego prova fotografica e audiovisiva.

Distinti Saluti.

 

 

#BBBLive - Charlotte Bobcats VS Miami Heat

on Lunedì, 25 Marzo 2013. Posted in Nba

Dopo il successo planetario (ma che dico planetario, interstellare) del primo #BBBLive Sine ha pensato bene di replicare, approfittando di una delle partite più attese dell'anno: Miami Heat vs Charlotte Bobcats. E la sfida non ha deluso le attese: ha fatto pietà. Ma proprio per questo il #BBBLive è andato alla grande. 

P.S. grazie a tutti quelli che sono anche intervenuti durante il Live. Rispondere sul momento è difficile, perchè bisogna vedere la partita, twittare, litigare con la connessione e fare finta di avere una dignità. Tutto in una volta, e il più delle volte non c'è tempo nemmeno per l'ultima. Però leggiamo tutto, e per questo vi ringraziamo e vi vogliamo un sacco bene.