Mattinata d’esami in facoltà, stress e dispendio calorico alle stelle, esito incerto. A casa il pc capisce la situazione, e mi allieta con “Stairway to Heaven” non appena clicco su riproduzione casuale del bagaglio musicale di cui l’ho caricato. Dopo essere stato cullato per otto minuti, ho bisogno di una sveglia, ho necessità di onnipotenza.
Sul tubo digito “Vince Car…” , fermi! So che state pensando eeh grande lo slam dunk contest del 2000”, ma per quanto “It’s over” sia ad alto contenuto di adrenalina, questo mio bisogno è sempre stato sedato da altro. Concedetemi una digressione prima di proseguire: perché il basket NBA è diverso da quello giocato nel resto del mondo, e da qualunque altro sport? L’entertainment! Sì, hanno concentrato in un solo campionato i giocatori più forti di tutto il mondo, sì, se sei bianco puoi fare 3 passi senza palleggiare, 4-5 se sei nero, e tante altre cose: la differenza la fa il concetto di spettacolarità che gli oltreoceanici hanno nel sangue. Degli aquilotti dalla testa calva si possono dire un’infinità di cose, una buona percentuale delle quali poco lusinghiere, ma quando si tratta di entertainment l’unico modo di porsi nei loro confronti è taccuino nella sinistra, penna nella destra, occhi vigili e via di appunti (invertire le mani se mancini, nds). Se sei bravo e sbagli poco, bene, ma se mentre sei lì a “non sbagliare” il pubblico è proteso in avanti con occhi e bocca visibilmente aperti, molto meglio; tra shooters e dunkers puoi essere, come il sottoscritto, irrimediabilmente a favore dei primi, ma bisogna ammettere che un’inchiodata in partita gasa sempre tutti al punto giusto.
Sul tubo ho scritto questo: “Vince Carter olympic dunk”.
Se c’è un momento sportivo il cui spirito è diametralmente opposto a quello appena descritto, è quello olimpico – per lo meno da quanto possiamo vedere in televisione, chiunque mantiene sempre un certo livello di rispetto – ma l’entertainment e la rabbia agonistica sono troppo radicati in questi soggetti, per i quali vincere non basta. Contestualizziamo: siamo solo 6 mesi dopo la (memorabile) vittoria del nostro al sopracitato contest, la partita è Francia-USA, che viaggia sul 54-69 al minuto 15:00 della seconda mezz’ora, finale del torneo maschile.
L’azione: rimbalzo difensivo di quelli con la ‘R’ moscia, parte il contropiede…cioè l’intenzione era quella, ma VC, non essendo dello stesso avviso, intercetta il passaggio e punta il canestro con in testa solamente se stesso, il ferro, e un pacco da scaricare con una certa lena; un batuffolo puccioso di 220 cm, al secolo Frédéric Weis, si frappone tra il migliore schiacciatore del mondo e il canestro, vittima predestinata di un’inchiodata che avrebbe risuonato per tutto il mondo: lo scricciolo d’uomo è in considerevole anticipo, perfettamente sulla linea d’attacco del nostro, ed ignaro del divenire, si posiziona per prendere lo sfondamento.
L’ombra del dubbio, dell’esitazione, non lo guarda nemmeno da lontano e Vince stacca, praticamente sulla linea del pitturato; come di consueto la gravità cede il passo, e il trottolino amoroso si prepara all’impatto. Colpo di reni, boato, il supporto del canestro viene sconquassato, un braccio a cui è attaccato un oltre-uomo è saldamente aggrappato al ferro, coccolino si gira interrogativo verso il canestro e contempla. Il nostro ruggisce al cielo, mostra i denti, ritorna in posizione difensiva appena dopo il centrocampo, sbatte le mani a terra e attende. Onnipotenza.
La ‘R’ non sarebbe più stata l’unica cosa moscia di quella squadra.
Adesso hanno passato nuovamente del tempo insieme, in pizzeria, e noi siamo stati pronti ancora una volta...
PS. Uno non fa in tempo a scrivere un articolo che Hamilton torna.
Gallo: Beli va bene che sia tu ad organizzare per una volta, ma perché cazzo ci troviamo in una pizzeria?
Beli: Questa non è "UNA" pizzeria, questo è "Giordano's". Capirai dopo. G: Vabbè, dobbiamo come al solito aspettare lo svampito? B: No è arrivato in anticipo stavolta ma è al telefono da 1 ora non so con chi, eccolo! Mago: Mamma scusa ma devo riattaccare perché ci sono Danilo e Marco che mi prendono in giro… sì anche io ti voglio bene… bacibaci… no dai attacca tu… grazie anche tu sei la più bella del mondo… B: Dio santo butta giù quel telefono ed entriamo! G: Ho attorno persone più mature in spogliatoio con Javale.
I 3 entrano nella pizzeria ed il Beli viene circondato da ragazzini che vogliono foto e ragazze che si presentano in topless con un pennarello in mano.
G: Finalmente sei qualcuno anche tu, sembra quasi che ci abbia fatto venire qui apposta, che è un po' triste, ma complimenti. B: Questo? Ma no, non ci avevo nemmeno pensato G: Beli nella tua tasca si vedono 3 pennarelli di scorta e 2 polaroid. Ma Mago tu cosa stai facendo? M: Mi sto togliendo la felpa, mi spiace per tutte queste ragazze tristi che non possono permettersi i vestiti e vogliono scambiarli per dei pennarelli B: Non riesco proprio a capire perché Nabila ti abbia lasciato M: Basta lo sapevo che non dovevo venire, io me ne vado.
Mentre il mago scoppia a piangere ed esce dal locale la folla si sposta attratta da un altro personaggio
G: Beli ma ci hai portato nella pizzeria di Derrick Rose? Speravi davvero di essere tu la star nel suo locale? B: Bhè ovviamente siamo entrambi star qui, e poi siamo come fratelli ormai io e lui, stai a vedere. Bella Der come butta? - allungando il pugno verso Rose. Rose: Ciao Marco -abbassandogli la mano-, complimenti per le ultime gare, mi hai molto sorpreso. Quando la squadra mi ha detto un mese fa che, visto l'infortunio di RIP, aveva pensato di comprarti ero perplesso. Pensa che avevo addirittura proposto di dare una chance a Teague piuttosto! B: Ma io sono qui a Chicago da inizio anno a dire il vero! R: Davvero? E che lavoro facevi? B: Scusa ma dovremmo proprio andare al tavolo R: Certo, fai come se fossi a casa tua. Danilo complimenti ho sempre apprezzato il tuo modo di giocare, penso che Marco e tutti i giocatori italiani debbano ispirarsi al tuo modello! G: Grazie 1000. Beli la parola che cerchi è vaffanculo. B: Vaffanculo.
Beli ed il Gallo si siedono al tavolo.
B: In realtà siamo venuti qui perché mi voglio bombare una delle cugine di Derrick, ma vengono sempre in tre e mi servivate come spalla per le altre due! G: Il Mago come spalla? Faccio prima a prendermene 2 io e lasciarti quella che vuoi. B: Ragazze, vedo che non sapete dove sedervi, se volete potete aggiungervi al nostro tavolo Cugine di Rose: Ehmmm…sì…è solo che…. G: Ci farebbe piacere. Cugine di Rose: Ah wow certo! Se ce lo chiedi tu volentieri, ma parlaci un po' di te. B: Gallo che cazzo! Scusate un secondo mi suona il telefono
Il Beli si allontana dal tavolo per rispondere
B: Pronto? Dimmi tutto ma veloce, sono fuori con 3 donne…. più o meno… Cosa? Come può essersi liberato Hamilton? Rinchiudetelo di nuovo, nessuno deve sapere che sta guarendo, sparate se necessario!!
Beli torna al tavolo e il Gallo sta limonando con una delle ragazze mentre palpeggia le altre 2
B: Hai intenzione di lasciarmi qualcosa? G: Scusa sei andato via e pensavo non ti interessassero più… Oh mio dio mi chiama il Mago! Potresti parlargli tu? basta che ogni tanto gli dici che è bravissimo e non è colpa sua - porgendo il telefono ad una delle ragazze M: Pronto Gallo? Ragazza: Sei bravissimo, non è colpa tua! M: … … … Lo so Gallo ma mi prendono tutti in giro. Mi dicono che Toronto vince perché non gioco. Nabila mi ha lasciato perché a letto parlo troppo, ma era lei a dirmi che non voleva dormire!. Mia mamma mi dice che dovrei maturare e poi cambiano le mie frasi e dicono che insulto la mia squadra, ma non è vero: ACCIDENTI E' UN DINOSAURO IL SIMBOLO, come potrei insultarla? Ragazza: Povero piccolo, dimmi dove sei che vengo a consolarti. Ma dove sono i tuoi genitori?. -Alzandosi ed uscendo dal locale B: No ma dove vai? G: Era lei che volevi giusto? Quindi queste sono mie! B: Serata di merda, io me ne vado! Rose: Marco ma il tuo amico si sta facendo le mie cugine? B: Sì, vaffanculo… spaccagli la faccia.
Un'altra splendida serata per i 3 italiani oltreoceano.
Per ogni squadra un giocatore, per ogni franchigia un volto. Che non sarà Kobe, Lebron o Durant. No, perché di quelli ormai sappiamo anche cosa mangiano per colazione o a che ora vanno al cesso.
Giocatori che non passano spesso sotto i riflettori - ok alcuni si ma perché nascondono un’ indole da cazzoni che noi tanto amiamo - gente che si allena e porta il suo mattoncino in campo, o almeno ci prova. Alcuni, califfi oltre ogni immaginazione, altri, ragazzi con storie pazzesche alle spalle. Chi ci prova, chi riesce, chi vince in questa Lega e chi la guarda dalla panca.
L’idea originale era quella di scegliere trenta giocatori, ma in fondo anche no, ho tenuto solo il meglio, quello che vale la pena essere raccontato.
Amori sbagliati che in qualche modo hanno rapito il mio cuore, durante partite di College, risse, eventi paranormali o esibizioni di dubbio gusto, e non se ne sono più andati.
Miami Heat – Mike Miller
Michael Lloyd, Rookie dell’anno 2001, Sesto uomo dell’ anno 2006, Campione NBA 2012, Califfo.
Una vita passata tra infortuni, problemi cronici, tatuaggi rivedibili dai significati mistici e tagli di capelli sicuramente discutibili. Ma alla fine ha avuto ragione lui con quel suo tiro mortifero che si porta in giro da più di dieci anni. Gara 5 delle Finals, senza una schiena referta 23 punti. 7 bombe a bersaglio, 8 tiri. Una macchina. E a 32 anni un titolo.
Proseguirà? Lui dice di si, che è pronto per andare avanti, che la schiena è guarita. Bona to vada Mike.
New Orleans Hornets - Austin Rivers
Figlio d’arte e di parte, talento infinito, sbruffone con la faccia di chi non ci sta a perdere.
Ha zittito i tifosi di North Carolina con una tripla senza senso, a casa loro e anche se a molti continua a stare decisamente sul cazzo non vedo l’ora di vederlo in campo. Dai media, manco a dirlo, è stato pompato un casino, nel senso che se questo fallisce la missione NBA si impicca in una stanza d’albergo. Il suo atteggiamento, la sua faccia, sembrano dire ‘ Che cazzo vuoi, fanculo’ , intanto a NOLA hanno frantumato il record di abbonamenti venduti, merito sicuramente del ciglione ma anche un po’ di questo ragazzo che si è scelto pure il mio numero preferito, quello del papà Doc, vi dice niente?
Cleveland Cavaliers – kyrie Irving
Ok decisamente un nome noto questo, che nasconde una dote oramai non più così velata: il ragazzo è un geniale imbecille. Uncle Drew vi dice qualcosa? No? Male. Malissimo. In tre parole: un vecchio va in un campetto nel New Jersey e dopo mugugnii e lamentele dei giocatori avversari inizia a spiegare basket a destra e a manca. Il vecchio è Irving truccato ad hoc per una pubblicità. Bella l’idea, ottima la realizzazione, ma basta mettere un giocatore a caso e il risultato è lo stesso giusto? Forse, perché l’idea di questa cosa, la regia e l’interpretazione vengono tutti dalla stessa mente ossia Kyrie, che ha convinto la Pepsi a fargli realizzare questo piccolo corto entrato nei cuori di tutti.
Non vi basta? Atto secondo. Il nostro con fare bellicose si avvicina a Kobe durante gli allenamenti di Team USA (era nel team avversario che fa da partner al team titolare) e lo sfida 1vs1 giocandosi non mi ricodo quanti dollari sulla sua vincita. Kobe sta al gioco e assistiamo a del trash talking malsano e ignorantissimo. La partita non avverà mai perché Irving si infortunerà in un successivo allenamento ma ormai il nome è entrato negli annali dell’ NBA. Tutto questo senza contare che è una fottuta forza della natura in campo.
Oklahoma City Thunder – Eric Maynor
La pedina mancante. OKC avrebbe vinto con lui in campo a dare il cambio a Westbrook? Bella domanda. Che forse questa stagione avrà finalmente la sua risposta. Stagione, la scorsa, che Maynor ha passato in panchina a causa di un infortunio che l’ha tenuto fermo un anno. Quello che ricordo io è una gara 2 delle finals di conference in cui si sparò tutto il quarto quarto in campo con Westbrook, non quello di oggi ma quello che stava sul cazzo a tutti perché troppo testardo, che rosicava in panca. L’attesa sembra finita e OKC è pronta a far uscire dalla panca insieme al nostro amatissimo Barba anche Maynor, che potrebbe essere la rivelazione dell’ anno.
Dallas Mavericks – OJ Mayo
Se ti chiami Daniel Hackett il nome OJ Mayo te lo ricordi almeno per due motivi. Il primo, facile, è che giocava con te a USC, il secondo, doloroso, è che ti ha spaccato la faccia durante un allenamento.
Addio Memphis, benvenuta Dallas. Un cambio di rotta che forse OJ ci ha messo un po’ troppo a intraprendere, sicuramente anche per colpe non sue ma amministrative- Indiana e lo scambio andato a troie la scorsa/le scorse stagione/i vi dicono qualcosa? – ma che potrebbe svoltare la carriera di questo giocatore. Nel bene o nel male. Mi è sempre piaciuto, un sacco, sebbene non brilli certamente per intelligenza le sue doti cestistiche sono note a tutti. Il mio augurio è quello di un maggiore minutaggio in campo, maggiori responsabilità e maggiore concentrazione. Poi potrebbe tranquillamente andare tutto a troie di nuovo, perdere la testa e finire a sventolare asciugamani insieme a Cardinal o darsi a combattimenti clandestini di Pittbull o fare da guest star a uno show della Kardashian.
Phoenix Suns – Michael Beasley
La foto. Lui senza alcun ritegno che sbraita in faccia a quel ciccione di Diaw dopo una schiacciata incredibile con i capelli Afro. Il mio giocatore preferito senza se e senza ma. Una maglia comprata a marzo che è già vecchia. L’addio, inevitabile, a Minnesota e il benvenuto a Phoenix. Seconda scelta assoluta del 2008 un talento infinito con il vizio del fumo, centinaia di punti nelle mani, una difesa inesistente e, purtroppo, tendenze suicide. Una vita che non si racconta nelle favole dalla quale cerca di uscirne con l’NBA mettendoci sicuramente del suo, nel bene e nel male. Un sorriso che contagia mescolato ad un carattere decisamente da cazzone che ha rapito il mio cuore per la prima volta nel documentario 'Gunnin' For That No. 1 Spot' del compianto MCA, voce dei sempre amati Beastie Boys, che metteva su pellicola i migliori talenti delle High school che ogni anno si incontrano a New York per una sorta di All star game al campetto. L’anno era il 2006 e insieme a B-Easy, che dominerà la partita con una facilità imbarazzante portandosi a casa il ruolo di MVP, troviamo Kevin Love, Brandon Jennings, Tireke Evans e altri ragazzi che comunque la palla la sanno tenere in mano.
Poi la storia la conoscete anche voi: seconda scelta di una Miami in cerca di riscatto, regalato ai T-Wolves per due noccioline e un tanga (e liberando spazio salariale che avrebbe aiutato Riley nella ‘missione Lebron’) dove ha continuato a spararla alla faccia di Kevin Love e di chi considera il basket un gioco di squadra e ora un contratto onesto, uno dei pochi in giro ultimamente, a una Phoenix orfana di Nash.
Ha venduto casa con i mobili dentro, giuro, si è trasferito e non vede l’ora di iniziare la nuova stagione, millantando già un futuro posto alla partita delle stelle. Genio.
Portland Trailblazes - Adam Morrison
L’ammore. E qui chiedo a tutti un minuto di silenzio e rispetto. Due titoli NBA in bacheca senza un minuto giocato, un potenziale devastante che non è mai stato in mostra al 100%, il look Rambo-Jesus che te lo fa amare al minuto uno e soprattutto questo. Belgrado, stella rossa. Un posto dove quando va male l’intonaco del palazzetto viene giù dalle pareti per il casino dei tifosi. Lui, aizzatore di folle, top scorer. Un eroe.
Che per me ha sempre meritato un’ altra occasione nella Lega. Questa occasione è arrivata dai Blazers, l’augurio è che non lo passi nella loro infermeria. E che continui ad aizzare folle come se non ci fosse un domani.
Houston Rockets – Royce White
Disturbi ossessivo-compulsivi, sociofobia, attacchi di panico, paura di volare ed in passato grossi problemi con la legge con furtarelli che gli hanno compromesso l’eleggibilità a Minnesota due anni fa, tanto che aveva pensato di smettere con la pallacanestro. Grazie a Dio non l’ha fatto e L’ Iowa dei miei amati Slipknot l’ha accolto a braccia aperte per la riscossa.
Un talento infinito, un fisico imponente, tatuaggi che manco sto qua a raccontarvi, play, guardia, ala, centro. 2,05 metri di follia e classe.
Royce White è tutto questo e molto di più. Sedicesima scelta di Houston, che gli ha creduto, che gli ha concesso una possibilità, che a quelli come lui accadono una volta nella vita. Un mini-documentario racconta la sua notte del draft a Des Moines nel campus dei suoi amati Cyclones. Una Summer League costellata di perle e solidità. Royce White è IL motivo per tifare Houston questa stagione.
Sacramento Kings – Jimmer Fredette
Obbligato alla castità al college, appena entrato in NBA ha ingravidato al minuto 1 la sua morosa, c’è chi dice dai 9 metri.
Dominatore assoluto al College, raggio di tiro presso chè infinito e la sfiga di essere finito in una squadra che non se lo caga manco di striscio, Jimmer nostro si prepara ad affrontare una seconda stagione all’ insegna del riscatto personale. Un giocatore che pecca in parecchie cose, difesa in primis, passato da idolo delle folle a panchinaro neanche troppo d’elite. Un impatto in NBA decisamente non facile lui che ha bisogno della palla in mano per crearsi il tiro e non attendere lo scarico dal compagno. La svolta deve avvenire questa stagione, Sacramento mi auguro gli darà una seconda possibilità anche perché sono ancora una squadra di disperati 1 e 2 a tratti Jimmer ha mostrato il suo reale potenziale, sparando come sempre dai 9 metri senza ritmo con la siga e infilandola come con la morosa sopra citata e acquistando una maggiore sicurezza nelle penetrazioni in area. Adesso la smetto perché mi sono accorto che sembra stia parlando della trama di un film porno.
Indiana Pacers – Sundiata Gaines
Niente da dire di specifico. Solo che questo giocatore ha il merito di aver realizzato il sogno che ogni giocatore di basket ha dall’età di 4 anni: essere buttato nella mischia quando non sei nessuno e infilarla all’ ultimo secondo sotto di 2 con una bomba che non ha senso di esistere. E vincere. Contro Lebron. Applausi.
on Mercoledì, 22 Febbraio 2012.
Posted in Califfi Sparsi
Si continua, perché di califfi Nba ce ne sono a bizzeffe. Andrò a sputtanare qualche vostro idolo segreto? Qualche bidone stellare per il quale nutrite o nutrivate una segretissima “cotta” sportiva? Riesumerò scandali atletici? Ci potete giurare, e stavolta avrò ancora meno pietà, vi avverto.
Mengke Bateer
No, non è il correttore automatico di Word che ha fatto lo mispelling di Battier. Mengke Bateer è stato campione NBA nel 2003 con gli Spurs. Ma dai, non ve lo ricordate? Il secondo imperatore, dopo Wang Zhizhi, della succursale Ming in NBA? Passo indietro, d’accordo. Mengke Bateer, cinese per passaporto ma Mongolo (non fate i cretini) di nascita, iniziò la sua scintillante carriera oltreoceano con un torneo pre-draft nel 1999, dopo essere stato notato nella nazionale cinese. Non impressionò, anzi dormì e ciondolò per il campo, a causa della nausea e del torpore causato dal jet-lag, essendoci centordicimila ore di differenza di fuso orario tra Cina e USA. Dopo un training camp con i Nuggets nel 2001, arrivò la grande occasione. In un periodo dove Mark Cuban comprava qualsiasi giocatore con un contratto superiore ai 100 milioni di dollari, i Nuggets gli spedirono quel cane di Raef LaFrentz, salvo poi accorgersi dopo la sua partenza per Dallas che il giocatore più alto che rimaneva in squadra era un metro e settantacinque. Denver nell’era pre-Melo era una squadra di bestie e aborti, e per salvare le sorti della stagione misero sotto contratto Bateer. Non è uno scherzo, Denver schierò come centro titolare Mengke Bateer per tutto il mese di Aprile. Risultati rivedibili, con almeno dieci partite con più falli che punti, tenendo l’incredibile media di 3,5 falli in 15 minuti di impiego. Fine della stagione e trade verso Detroit, dove non arrivò neanche, perché Greg Popovich in un momento di ubriachezza molesta vide in Bateer cose che noi 7 miliardi di umani non potevamo neanche immaginare. Contratto con gli Spurs per l’anno 02-03 e, nonostante pochissimi scampoli di partita, anello di campione 2003. Scaldando il cuscino della panchina. Probabilmente non capendo neanche cosa cazzo succedeva per il campo. Anno nuovo, squadra nuova, ovvero Toronto, che non era di certo nuova ad avventure internazionali con giocatori di briscola prestati al parquet. Riscatto? Esplosione? Most Improved? Dai, povero Mengke, 7 partite, 11 punti totali. Disastro. Da quel momento in poi l’addio ai campi NBA, il ritorno in Cina, dove faceva la voce grossa e dove lo ricordano come facente parte della “Grande Muraglia Cinese” con Wang Zhizhi e il buon Yao Ming. Ma un personaggio come lui non poteva non riservare il meglio per la fine. Infatti adesso fa l’attore, meritandosi elogi per i ruoli impegnati e drammatici. In “Bodyguards and Assassins” recita il ruolo del monaco Wang Fuming che, allontanato dal proprio monastero, si guadagna da vivere vendendo tofu. Nel suo capolavoro artistico, l’imperdibile “Here Comes Fortune”, mette in campo tutta la sua sensibilità artistica e cinematografica recitando il durissimo ruolo di colpitore di gong. Grazie di esistere.
Charlie Ward
Tifosi dei New York Knicks, riunitevi ed aiutatemi a tessere le lodi di questo storico fuoriclasse, che ha guidato la franchigia Newyorchese ad anni annorum di trionfi e prosperità! Ok, sto ovviamente scherzando, essendo Charlie Ward uno dei più giocatori più malsopportati della storia dei Knicks. Atleta devastante al college, dove collezionò premi come l’Heisman Trophy, ACC Player of the Year per due anni consecutivi, il Davey O’Brien Award e record su record come quarterback a Florida State University. A Florida State giocava indifferentemente a football e a basket, lo sport che poi ha portato avanti nella sua carriera professionale. Nel 1994 fu addirittura draftato nel Draft MLB, pur non avendo giocato a baseball nei suoi anni collegiali. Scelto alla 26esima posizione del primo giro dai Knicks, fu etichettato subito come ”il play del futuro”da Pat Riley, all’epoca allenatore dei Knickerbockers. Iniziò piano e senza particolari successi la sua carriera Nba, giocando poco e maluccio nelle sue prime stagioni. Poi, con l’avvento di Jeff Van Gundy sulla panchina, Ward iniziò a vedere il campo più spesso, prima come riserva di Derek Harper, poi come titolare. Ecco, a questo punto un giocatore normale vede il suo apporto e la propria fiducia crescere, insieme ai minuti e alle partite in quintetto. Charlie Ward, invece, no. Mai più di 7,8 punti a partita e mai più di 5,7 assist. “Il play del futuro” era una gran bella ciofeca. L’impegno c’era, senza alcun dubbio, ma il tifoso medio di New York, quello che spende qualche migliaio di dollari per vedere i Knicks vincere qualcosa che non sia lo Slam Dunk Contest, non si può accontentare dell’impegno. Vuole sangue, sudore e lacrime. E un cheeseburger. L’apice della carriera di Ward arrivò nei playoff del 1997, anno in cui i Knicks erano tra le squadre favorite per la vittoria dell’anello. Knicks avanti 3-1, ma sul punto di perdere gara 5 a Miami. Tim Hardaway sulla lunetta per un paio di tiri liberi, tutto normale. Se non per il fatto che dopo aver tirato il secondo, sotto al canestro si vede un uomo con la casacca di New York volare per aria, ribaltato da PJ Brown. Rissa spaziale, con tutti i giocatori coinvolti. Van Gundy e Riley calmano gli animi, PJ Brown, Alonzo Mourning e Pat Ewing sgonfiano i muscoli, ed infine un Charlie Ward in evidente stato confusionale viene resuscitato dal dottore dei Knicks. Quando si dice che un episodio può cambiare la serie. Ewing, Larry Johnson e tre quarti di Manhattan vengono squalificati perché durante la rissa avevano lasciato la panchina. I Knicks perdono la partita, la serie, la faccia, il culo, e Charlie Ward verrà ricordato a New York come “Quello che ci ha fatto perdere la serie contro Miami nel ‘97”. Charlie, caro mio bello, ma giocare a football no, eh?
Rafael Araujo
Ecco, qui entriamo di prepotenza nella categoria “Ma che cazzo si sono fumati i General Manager la notte del draft”, ed in particolare: “Ma che cazzo si è fumato il General Manager di Toronto la notte del Draft 2004?”. Probabilmente dell’origano, o del sale, oppure ha fatto A-Bi-Bo-chi-sta-sotto-non-lo-so con il foglio dei prospetti collegiali, perché seppur non eclatante come Kwame Brown o Olowokandi alla 1, sputtanare una scelta di tutto rispetto come la numero 8 è un peccato, soprattutto quando a quel punto del Draft hai ancora disponibili giocatori come Iguodala, J.R. Smith, Josh Smith e Jameer Nelson, tanto per fare dei nomi. Rob Babcock, invece, scelse Rafael Paulo de Lara Araùjo, in uscita da Brigham Young University. (Momento di riflessione per fare mente locale) Se non vi ricordate chi mischia fosse, siete in ottima compagnia. Centro-Ala forte di dubbie doti atletiche, ma con discreti fondamentali, Araujo giocò titolare in buona parte della sua stagione da rookie, collezionando cifre impressionanti, nel senso che fanno talmente schifo che leggerle mi ha tolto la voglia di vivere. 59 partite, di cui 41 come titolare, 3,3 punti a partita, 3,1 rimbalzi a partita in 12,5 minuti di impiego. Tesi difensiva: ”E’ giovane, deve crescere, non ha esperienza.” Tesi accusatoria: ”No, è già vecchio, visto che ha ben 24 anni, non deve crescere perché ha già una panza che Peter Griffin sembra un fuscello e l’esperienza se l’è fatta nella nazionale Brasiliana”. I Raptors decisero di avere pazienza e lo schierarono anche per la stagione successiva come titolare inamovibile. Araùjo riuscì nell’incredibile impresa di peggiorare le sue statistiche, tirando con un mirabolante 37% dal campo. Da qui si vola, perchè il grandissimo Rafael alla fine della seconda stagione fu scambiato ai Jazz in cambio di Robert "Chi cazzo è" Whaley e il califfo dei califfi Kris Humphries. Nello Utah, posto tipicamente adatto ad un Brasiliano beone come Araùjo, diede fondo alle sue doti cestistiche, dominando la Western Conference al punto che la stagione successiva Coach Sloan andò in pellegrinaggio a piedi nudi sul lago ghiacciato pur di levarselo dai maroni. Dopo un giro in Russia, allo Spartak di S.Pietroburgo, tanto perchè il freddo gli piaceva proprio tanto, decise di tornare a guardare i culi delle ragazze brasiliane, sport nel quale è il campione del mondo indiscusso, finendo per giocare al Flamengo e al Paulistano. Nel campionato Brasiliano è migliorato così tanto che in una partita della Americas League della Fiba ha distrutto un tabellone con una schiacciata. Talentone. Ah, vi avevo detto che l'avevano beccato ad iniettarsi del nandrolone in vena?
Mardy Collins
E' quel coglionazzo senza talento che ha fatto cominciare la rissa tra i Knicks e i Nuggets nel 2006, con un fallo da galera su J.R. Smith. Ha fatto incazzare Melo, e ce ne vuole. Gioca in Turchia adesso. Nel Bornova Belediye. Si, è davvero così forte.
Ahimè, non mi chiamo Federico Buffa. Non ho scritto le Bibbie NBA “Black Jesus I & II” e non ho una conoscenza del colorato mondo americano tale da avvicinarmi a lui. Anche se le migliori storie NBA se le è (giustamente) “fregate”l’Avvocato, ne restano così tante che persino un babbeo come me è in grado di raccontarvene qualcuna. Molte sono note a tutti. Altre le conoscono in tanti. Ma alcune…le potreste conoscere solo se passate centordicimila ore al giorno a leggere qualsiasi articolo scrauso sulla NBA. Sono storie di personaggi, fortunati o meno, di uomini, ma soprattutto di giocatori. Evan Eschmeyer
Io mi ricordo di lui per tre motivi: 1) Finì in un poster di Slam Magazine. Ah già, in quel poster Shaq lo stava demolendo con una schiacciata. 2) Nella sua seconda stagione ai Nets partì titolare in 51 partite, tenendo l'incredibile media di 3,4 punti a partita. Si, i Nets facevano già pietà. 3) Nel Fantabasket di American Superbasket costava 0,2 milioni ed era perfetto per l’ultimo posto riempitivo della mia competitivissima squadra. No, non c'è altro.
Mike Penberthy Tenetevi forte perché questa è spettacolosa. Il buon Mike, visto anche in Italia con la maglia di Napoli dove spadroneggiava mica male, fece il suo debutto in NBA con la maglia dei Los Angeles Lakers, dopo un paio d’anni spesi in Germania. Mai “draftato”, passò due stagioni intere con i Lakers, con i quali vinse un anello nella stagione 2000-2001. Adesso che ci penso, anche Mike Penberthy ha un anello in più di LeBron James, cosa che dovrebbe farlo entrare a tutto diritto nell’olimpo dei Califfi. Comunque, Mike è il classico ragazzo bianco della California: carnagione latte e capelli biondicci. Playmaker di un metro e novanta centimetri risicatissimi, mano mortifera dall’arco, ball handling da classico playmaker collegiale e un fisico normalissimo, quasi patito. Succede che per le strade di Los Angeles ci sia una parata, o se non ricordo male una manifestazione a favore della pedicure per gli animali, o qualsiasi altra boiata per la quale gli americani si sentono in diritto di andare in giro con dei cartelli di legno da idioti. La manifestazione blocca però un intero quartiere, ed il buon Mike deve recarsi all’allenamento allo Staples Center. Il buon Mike scende dalla macchina, vedendo un posto di blocco, e si avvicina ad un agente di polizia. Il resto è storia:
Penberthy: “Salve agente, sono Mike Penberthy dei Los Angeles Lakers” Agente: “Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?” P: “Sono Mike Penberthy, giocatore dei Lakers, dovrei passare per andare all’allenamento” A: “Non si passa, e lei non mi sembra un giocatore dei Lakers. Non l’ho mai sentita nominare” P: “Ma si, sono uno della panchina, mi guardi ho anche la tuta purple and gold! Visto?” A: “Anche io ho la tuta dei Lakers a casa. Ma mica ci vado in giro come un pirla. Circolare.” P: “La prego agente, poi Jerry Buss mi multa se non arrivo in orario all’allenamento.” A: “Ma si guardi! Se lei gioca nei Lakers io sono Serpico. Circolare.”
Penberthy arrivò con un’ora di ritardo all’allenamento, e quell’agente quella sera tornò a casa dalla moglie raccontandole: “Sai cara, un cretino con la tuta dei Lakers voleva entrare allo Staples ad allenarsi. Robe da matti”.
Qyntel Woods Qyntel Deon Woods è stato baciato dalla Dea del talento, e non un piccolo bacino, ma proprio un bel limone con metro di lingua incorporato. Nel periodo in cui faceva tremendamente moda seguire per anni dei pischelli liceali, anche quando andavano al cesso, Qyntel Woods fu etichettato come uno dei papabili “Nuovi Jordan” o nuovi messia della palla a spicchi. Lui al College ci andò, certo, ma in uno di quei posti che definire dimenticati da Dio è poco.Il Northeast Mississipi Community College. Ora, se conoscevate questo posto prima di leggerlo, voglio il vostro autografo. In ogni caso, uno che arriva al Draft con la fedina penale che recita: colluttazione, possesso di armi da fuoco, aggressione, spaccio, possesso di droga, non deve essere proprio un soggettino semplice. Chissà per quale motivo, i Portland Trail Blazers decidono di credere alla fatina buona che diceva: “Si, è un bricconcello, ma niente di più. Vi farà vincere una caterva di partite.”, e lo scelgono al draft 2002 con la 21esima scelta assoluta. Si, sto cazzo un bricconcello. Un malavitoso prestato al basket, di quelli pericolosi, che girano con la posse e la pelliccia bianca. Capitò poi nei mitici Portland “Jail” Blazers, che vedevano tra le loro fila anche Ruben Patterson (altra categoria), Bonzi Wells, Damon Stoudemire e ultimo ma non ultimo sua Maestà Rasheed Wallace nella versione “Se non prendo un tecnico non sono felice”. Il talento c’era. L’attitudine becera da ragazzo che viene dal ghetto, pure. Forse troppo.Quello che mancava era la voglia di giocare, la voglia di allenarsi, la voglia di sbattersi. Pochi minuti, talento inespresso, scampoli di partita anonimi. Insomma, un disastro. Poi però la situazione precipitò fino al comico. Durante un’investigazione della polizia federale, saltò fuori che a casa Woods si disputavano combattimenti tra animali, ed in particolare tra Pitbull. La polizia gli entrò in casa, dove trovarono una vera e propria arena da combattimento, e i suoi Pitbull “Hollywood” e “Sugar” in precarie condizioni di salute. Arrestato, processato e condannato con l’accusa di “Crudeltà sugli animali” ad 80 ore di servizio pubblico, fu anche tagliato dai Blazers, rimanendo a piedi. Dopo i Blazers ci provarono i Knicks, poi l’Olympiakos, la Fortitudo Bologna, il Prokom e il Maccabi. Niente da fare, risse in spogliatoio, uso e abuso di Marijuana anche durante la finale di campionato Greco, atteggiamento passivo e supponente e un talento grosso come una casa buttato letteralmente via. E i Blazers che pensano ancora “Fatina buona del cazzo”.
Oliver Miller
Qui si entra diretti nella Top 10 degli idoli incontrastati di tutti i tempi. Oliver “Ciccio” Miller, centrone di 206 centimetri e dal peso mai stabilito. Spiace parlarne a questo modo, perché l’obesità è una malattia, un handicap fisico notevole e non è giusto riderne così, però Oliver Miller sapeva prendersi in giro, e sapeva scherzare sul suo culone. Fin da piccolo oltre i limiti dell'obesità, Oliver Miller andò all'Università dell'Arkansas, spostando equilibri e avversari con il suo gentil peso, facendosi notare per la mano morbida e per i movimenti sotto canestro. Ebbe una discretissima carriera Nba, tra Toronto e Phoenix, passando anche per Minnesota. All'inizio della stagione il suo peso oscillava tra i 140 e i 150 kg, anche se onestamente poteva essere più vicino ai 160 kg. Oh, non sto parlando di muscoli, stiamo parlando di trippa vera, di quella che balla quando cammini, di quella che si porta a spasso Homer Simpson. A Ciccio piaceva mangiare, tanto che Dan Majerle disse di averlo trovato negli spogliatoi con un secchiello di pollo fritto vuoto un quarto d'ora prima di Suns - Spurs. Gentiluomo in campo, di quelli che ti segano le braccia per non farti segnare e poi ti chiedono scusa. Limitato, ovviamente, nel fiato e nella resistenza, ma uomo squadra come pochi. A Minnesota, a fine carriera Nba, per lui dovettero aggiungere una X alla taglia dei pantaloncini. True Story. Che fine ha fatto? Ha preso a pistolettate un tipo, e deve scontare un anno di galera. No, non gli ha sparato, gli ha sfondato la testa con il calcio della pistola dopo un litigio, dicono banale. Banale perchè il motivo del litigio era la posizione nella fila degli Hot Dog ad un barbecue. Idolo.