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Where Mediocrity Happens: 2004

on Giovedì, 07 Giugno 2012. Posted in Where Mediocrity Happens

Per un bidone venire dopo il 2003 è come raccogliere l'eredità di Jordan o Kobe, senti una pressione pazzesca. Inutile dire che non c'è stato un altro Darko nel 2004, anche se un paio di picchi di qualità straordinaria ci sono lo stesso. Il vincitore, parere personale, è alla numero otto. Idolo vero. 


Questo il solito draft per intero.

Per citare certe seconde scelte: Varejao alla 31 (e avevano scelto Araujo alla 8...), Duhon alla 39, Ariza alla 44. Senza contare gente diventata bravina in Europa, come Spanoulis, Sato, Sanikidze...

 

Shaun Livingston (4)

Progetto pornografico come pochi: due metri di playmaking selvaggio, talento atletico ed istinti da sgrezzare, ma potenzialmente devastanti. Solo che poi vedi che l'hanno scelto i Clippers e quindi doveva andare male qualcosa per forza, tipo una propensione agli infortuni imbarazzante. I primi due anni fa vedere lampi incredibili, stronzate clamorose ed una base di partenza comunque intrigante. Ah, salta una caterva di partite per infortuni vari. La terza stagione parte discretamente (9 punti e cinque assist a gara), poi si rompe in uno dei modi più brutti e spaventosi degli ultimi dieci anni. Carriera finita? Sembrava di sì, salta tutto l'anno successivo, ma nell'ottobre 2008 firma per Miami. Dodici partite quell'anno, trentasei quello successivo, settantatre l'anno scorso e cinquantotto quest'anno, passando per Miami, OKC, Washington, Charlotte – quando era solo una squadra di merda e non la peggiore della storia del sistema solare - e Milwaukee, giocando venti minuti scarsi a partita, mediamente. E' ancora un giocatore di basket, ed è già un mezzo miracolo.


Rafael Araujo (8)

Questa è una rubrica che, come i più attenti avranno notato, parla soprattutto di bidoni. Ecco, Araujo in confronto al bidone medio di questa rubrica, è un sacco dell'umido, di quelli che puzzano dopo dodici secondi e ti fa schifo anche solo l'idea di doverli prendere in mano. Una delle cose più scarse che si siano mai viste su un campo da basket, campetti in cemento di Longardore compresi, ed il bello è che all'epoca era pure già vecchio per essere un rookie. Ventiquattro anni, Darko Milicic fu scelto un anno prima ed è cinque anni più giovane. Per dire. Dopo tre anni osceni tra Toronto e Utah, ed uno a San Pietroburgo, passa a fare il profeta in patria. E' brasiliano, fosse stato di un qualsiasi stato europeo avrebbe potuto fare il profeta in C2.

 

Luke Jackson (10)

Forse non vi sarà sfuggito in epoche relativamente recenti a Ferrara, anno in cui la squadra è retrocessa ed in cui lui si è distinto su tutti per una innaturale e sconvolgente capacità di arrotondare i propri tabellini a partita finita. Sulla carta giocatore tecnico discretissimo, ala piccola bianca dai grandi fondamentali. Però meno atletica dei propri allenatori. Gira un po' di squadre avendo la coerenza e la professionalità di far cagare in tutte, indistintamente. Tanta NBDL, e la parentesi vittoriosa di Ferrara, come detto.


Robert Swift (12)

Centrone timido e più pallido di un muro bianco, appena uscito dal liceo, uno dei classici progetti a lunghissimo termine. Il primo anno entra in campo giusto per avere la scusa per far la doccia a fine partita, mentre il secondo gioca una cinquantina scarsa di partite – venti da titolare – registrando più di sei punti e cinque rimbalzi a partita. L'anno successivo sembra pronto per diventare un giocatore di basket, peccato che dopo un minuto di una gara di preseason si sbricioli la caviglia destra. Anno finito ancora prima di cominciare, e così la sua carriera a livelli presentabili. Dopo altri due anni a rompersi qualsiasi cosa, palle comprese, finisce in Giappone, dal suo ex allenatore ai Sonics Bob Hill.

Fun fact 1: un giorno Robert si rende conto di avere un sacco di soldi e un sacco di tempo libero e decide di investirli in una moda intelligente e sobria: i tatuaggi. Già era un bello prima, poi è diventato una cosa di un altro livello, tipo così 
Fun fact 2: la Lega Giapponese è abbreviata BJ League. E qui sbizzarritevi neanche avessero sdoganato le bestemmie creative.

 

Kirk Snyder (16)

Buon talento offensivo, anche ragazzo tranquillo, di quelli che presta il sale alla vicina, porta fuori il cane e la spazzatura e magari irrompe in casa tua e cerca di spaccarti la faccia. Le classiche cose da buon vicinato, né più né meno. Primo anno decente a Utah, secondo buono agli Hornets (otto punti di media e spessissimo titolare), poi comincia a fare lo psicopatico. Più di quanto già non fosse, intendiamoci. Un po' di Houston, un po' di Minnesota dove pure quel poco lo gioca discretamente, poi scompare dai radar NBA. Forse perchè tra le altre era stato condannato a tre anni di prigione (mai scontati per intero, ovviamente, tutto il mondo è paese). Uscito dal carcere finisce in Canada, in Russia – a Novgorod, mica Mosca - ed in un posto dal nome caliente di cui non ho voluto verificare la provenienza, il tutto in un anno solo. Sicuramente perchè era troppo adorabile per stare in un posto solo e gli avevano chiesto di condividere con altri la sua simpatia.

 

Pavel Podkolzin (21)

Questo era talmente forte quando giocava a Varese che chi scrive ricorda distintamente il momento in cui infilò un piazzato dai cinque metri e per poco il palazzetto non venne giù nemmeno Javalone avesse segnato una tripla ad occhi chiusi. Dopo due anni tra il brutto ed il terrificante in terra lombarda viene scelto perchè, ehi, 226 centimetri non è che li trovi dovunque. Gioca 6 partite in totale in NBA, circa 8 più di quelle che avrebbe meritato. Ora è in Russia, a Novosibirsk, sua città natale, posticino di cui vi raccomandiamo una visita in inverno, quando gli orsi polari per il freddo se ne stanno in casa a bere della ciobar. Nel tempo libero taglia la legna e porta a la renna fuori a pisciare.


Viktor Khryapa (22)

Questo è uno di quei nomi che meriterebbero di stare da un'altra parte, non su una rubrica dove si parla di bidoni. Perchè bidone non è, e di quattro anni passati in NBA, tra Portland e Chicago, almeno un paio li passa a fare cose carine. Ma tra infortuni ed un talento offensivo limitato per la NBA, se ne torna in Russia. Sì, ma non a Novisibirsk dove giocano a basket dopo aver scuoiato renne e tagliato legna nei boschi, bensì a Mosca, nel CSKA. E quando non è rotto è uno dei giocatori migliori della miglior squadra in Europa – che poi abbia avuto la buona idea di farsi rimontare centordici punti dall'Olympiakos è un altro discorso - nonché della nazionale russa, che non è esattamente quella di San Marino.


Sergey Monya (23)

Ecco, leggetevi quanto scritto sul tizio sopra, e trasportatelo su Monya, ad un livello inferiore, ma non troppo. In NBA si vede pochissimo, e per fortuna, in Europa si sono visti giocatori decisamente peggiori. Terzo russo in tre scelte, e terzo pick a conti fatti buttato nel cesso. E doveva ancora arrivare Korolev, l'anno successivo...


David Harrison (29)

La sua stagione migliore in NBA è arrivata l'anno da Rookie. E non perchè abbia collezionato settantadue punti, trentotto rimbalzi e dodici stoppate a partita. Anzi. Il motivo di tutto questo è molto semplice: il suo anno da rookie è coinciso con “The Brawl” tra i Pistons e i Pacers, la sua squadra. Ah, e Foster era rotto. Ad un certo punto si è trovato a dover litigare per un posto con le cheerleader ed il tizio del chiosco di hot dog, il che spiega le quattordici partite da titolare. Sei punti e tre rimbalzi a partita, avessi detto. Ed è stata la sua annata migliore, appunto. Dura altri tre anni, poi finisce in Cina. E ci rimane.

Where mediocrity happens: 2003

on Lunedì, 26 Marzo 2012. Posted in Where Mediocrity Happens

Where mediocrity happens: 2003

Vabbe', siamo arrivato ad una delle puntate di questa rubrica più importanti in assoluto. Forse LA puntata. E non c'è bisogno nemmeno di dirvi il perchè.

Un draft che trasuda più talento di Galeazzi sotto il sole a quaranta gradi, parliamo di quello di LeBron, Carmelo, Wade, Bosh. Ma anche di David West alla 18, Josh Howard alla 29, Perkins alla 27, Barbosa alla 28. O Mo Williams alla 47 e Korver alla 51.

Insomma, un draft dove pescare un fottuto bidone diventa ancora più criminale che negli altri.

Ma soprattutto parliamo di LUI. Il Messia, colui che illumina il nostro cammino ogni volta che ci sentiamo soli, smarriti. Ed ogni volta che abbiamo bisogno di minacciare di violenze sessuali le figlie e le mogli di arbitri internazionali, in diretta mondiale.

Naturalmente stiamo parlando di...



Darko Milicic (2)
Ok, probabilmente meglio di così non si potrà mai fare. Gustatevi questo momento, assaporatene l'epicità. Già scegliere un bidone indegno in posizioni altissime è un delitto, ma se lo fai in un draft in cui se peschi male tiri fuori uno che per sbaglio finisce all'All Star Game diventa punibile con l'ergastolo o una visione obbligata del gioco a metà campo dei Wizards. E' per questo che quella di Milicic è forse la scelta più sbagliata della storia, o qualcosa di molto vicino. Joe Dumars, uno che comunque quello stesso anno vinse il titolo da dirigente e che fece mille altri movimenti azzeccatissimi, se la porterà nella tomba, questa scelta. Il buon Darko ha mostrato alcuni lampi invidiabili, in ogni caso. Di clamorosa idiozia. Detto della minaccia di violenze alle donne di Facchini davanti alla telecamera, impossibile non citare il momento in cui si è letteralmente strappato la canotta. Sarebbe anche un buon giocatore, se non fosse per quel piccolissimo e trascurabile problema che farebbe sembrare Jack lo Squartatore una scolaretta con l'acne.

Michael Sweetney (9)
Giusto recentemente è uscita la sua foto con la maglia della squadra portoricana per cui aveva giocato anche il Trattore (RIP sempre e comunque). O meglio, la foto del ciccione che si è mangiato Sweetney. Obeso da far paura, che dà una risposta di cosa non abbia funzionato nella sua carriera. Già all'entrata in NBA aveva questo piccolo problema che si sarebbe mangiato la Groenlandia, anche cruda, però fisicamente era ancora più che presentabile. E infatti il primo anno in NBA è stato meglio di molti altri giocatori poi diventati di ottimo livello. Da lì in poi è stato un lento ma inesorabile declino verso l'affogo zuccherino. Esce dalla NBA con la stessa velocità con cui divora una confezione di Kinder Delice, e dopo due anni di inattività ci riprova, ma a quel punto per girargli intorno bisogna prendere il bus numero cinque. La foto di dove gioca ora l'avete vista, nel mezzo un buon numero di squadre il cui nome dichiara apertamente che da quelle parti si gioca a tutto meno che a basket.

Marcus Banks (13)
Scelta che puzzava più dei piedi di Dwight Howard dopo tre ore di corsa già all'epoca del draft. Scelto da Memphis ma girato immediatamente a Boston, ci rimane due anni comunque vedendo il campo con regolarità, che sarebbe già una notizia. Poco dopo l'inizio del terzo anno finisce a Minnesota dove tira su 12 punti di media in quaranta partite. Era nato un ottimo giocatore? Forse in Costa Rica, non da quelle parti. Da quel momento cambia squadre con frequenza maggiore della generosità vaginale di una pornostar, ed è talmente apprezzato che l'ultimo domicilio NBA, New Orleans, non l'ha mai fatto scendere in campo in più di mezza stagione. Così, giusto per dire. Sbarca il lunario in NBDL.

Recee Gaines (15)
Questo magari chi è appassionato di Serie A lo conosce anche benino. Scelto da Orlando perchè rappresentava un potenziale playmaker di quasi due metri e cento chili, peccato si siano accorti in brevissimo tempo che in una classifica di professionisti irreprensibili, lui annaspava per non retrocedere. Anche il fatto di essere consistente in difesa quanto DeAndre Jordan dalla linea del tiro libero non ha aiutato, per la sua carriera. Tre anni completamente nulli in NBA, poi finisce in Italia. Prima Biella, poi Treviso e Milano, poi ancora Biella. Bene il primo anno, negli altri lampi di talento e molto più spesso lampi di idiozia. Anzi, temporali veri e propri. Da quel momento la sua carriera prende una prevedibilissima piega terrificante, tra NBDL e nazioni tragiche.

Troy Bell (16)
Chi scrive – come tutti gli altri blogger del BBB meno uno – è di Cremona, quindi parlare del suddetto Troy in questa rubrica fa male. Però a conti fatti è stata una scelta più fallimentare della Parmalat. Forse perchè è una guardia senza doti di playmaking di un metro e ottantacinque, grossa ma non grossissima ed atletica ma non troppo. Ma forse eh. A Boston College ingravidava le cheerleader solo guardandole, segnava da seduto, sdraiato e mentre scaricava la grossissima, ma si parla pur sempre del Boston College. La sua carriera in NBA dura la cifra sconvolgente di sei partite. Sei. Scelto alla sedici. Ci prova col Real Madrid giocando quattro partite, poi viene in Italia. E lì comincia a spiegarla. Biella, Casale Monferrato, Cremona – dove tutt'ora, fidatevi di chi ci ha lavorato a fianco per un anno, è considerato l'americano migliore della storia non a torto, nonostante siano passati di lì anche Langford, Von Wafer e Forbes – Reggio Emilia, Sant'Antimo, dove sta provando nel miracolo di tenerli in Legadue. E ci sta pure riuscendo, a suon di trentelli. In una squadra che prima di lui aveva come maggiore preoccupazione il ristorante in cui andare a mangiare dopo la sconfitta. Ma soprattutto: pugile semiprofessionista nel tempo libero, cantante di quelli smielati e vagamente femminei di R&B che però coccan più fighe di Villa Certosa, protagonista di video erotici con strappone dal fondoschiena che finisce a Cesena nord, eccetera eccetera. Califfo col secondo che arriva trentanovesimo per pietà.

Zarko Cabarkapa (17)
Ennesimo esemplare appartenente alla schiera di europei alti, longilinei, coordinati e che inesorabilmente non avevano ancora dimostrato una beneamata sega. Il primo anno, ai Suns, fece vedere fin da subito qual era la sua specialità, che lo metteva su un piano migliore degli altri: farsi del male. Gioca mezza stagione facendo vedere pochino, la stagione successiva viene spedito a Golden State per un caffè macchiato ed una brioche alla crema – han provato a chiedere quella al cioccolato ma erano finite - ma anche lì in un anno e mezzo finisce per passare un ragguardevole tempo in infermeria. Nel 2006 la sua carriera NBA era già finita, e di fatto non solo quella. La gara successiva la gioca nel Buducnost Podgorica – la squadra dove giocava prima di andare in NBA – il 18 gennaio 2009. Ormai è ufficialmente ritirato.

Zoran Planinic (22)
All'ingresso in NBA piace un sacco per la sua capacità di fare il playmaker nonostante i due metri d'altezza. Quello che molto spesso i dirigenti NBA dimenticano è che se uno fa il playmaker a 2 metri d'altezza ed è pure bianco, significa che con ogni probabilità da qualche altra parte ha lacune più grosse del vuoto pneumatico della testa di Javale McGee. Vitali who?
Ai Nets gioca tre stagioni, con qualche sprazzo carino e poco più. Poi ha l'epifania: perchè stare lì a giocare dieci minuti a partita quando in Europa trovo fior fior di squadre disposte a farmi giocare ai massimi livelli? Detto fatto: Tau, CSKA, Khimki. Chiamatelo scemo.

Brian Cook (24)
Prima di tutto i dati che potrebbero fuorviare: è ancora in NBA, dopo otto anni. E...basta, non mi viene in mente nient'altro. Nel caso vi capiti di vedere annunci in giro con scritto: lungo di 2,06 che sa tirare da fuori, non sporca, si lava da solo e scodinzola quando gli date uno zuccherino, è facile che sia lui. E dice “sa tirare” e non “sa ANCHE tirare” per un motivo. Il suo momento di gloria consiste in un anno ai Lakers a 19 minuti di media. Il suo career high, e non di poco. Per il resto, un fuoriclasse assoluto quando c'è da scaldare con professionalità le nervature lignee della panchina.

Ndudi Ebi (26)
Altra conoscenza del basket italiano, venne preso quand'era appena uscito dal Liceo, uno di quei progetti su un corpicino costruito apposta per giocare a basket. Peccato che nel progetto si fossero dimenticati di inserire il cervello. In due stagioni a Minnesota gioca diciannove partite, quelle che solitamente si giocano in quattro giorni, dopodichè comincia a girovagare. L'Italia è la destinazione più dignitosa, prima Ferrara in Serie A, poi Rimini ed Imola in Legadue. Si dimostra capace di prendere più rimbalzi dei neuroni che ha in testa, ma si dimostra altresì capace di litigare con giocatori, allenatori, preparatori, inservienti e per finire anche con la decenza. Adesso è da qualche parte in quegli stati in cui se fai vedere la boccia arancione urlano stupiti.


E' tutto, le puntate precedenti, come al solito, le potete trovare qui

Where mediocrity happens: 2002

on Giovedì, 01 Marzo 2012. Posted in Where Mediocrity Happens

Dopo tempo immemore torna la rubrica "Where Mediocrity Happens", che ripercorre tutti i draft dal 2000 in poi, analizzando e soprattutto perculando, tutti i bidoni (o presunti tali) scelti al primo giro. I due episodi precedenti li potete trovare qui.
Il 2002 in questo senso è un draft di spessore, fosse anche solo per un paio di motivi:

1. C'è Skita. E tutto il resto non conta un cazzo.
2. Forse non c'è tanta qualità - in materia di bidoni, sia chiaro - ma c'è talmente tanta quantità da far paura. Giusto per dire, ho lasciato fuori gente come Jacobsen, Nachbar, Dixon, Wilcox, Ely, Fred Jones, Rush. Praticamente se ne sono salvati due o tre.
Prima di cominciare, vi rimando alla pagina del draft completo, giusto così tanto per.
 
Jay Williams (2)
Scelto alla due solamente perchè alla uno c'era un cinese di due metri e trenta e le mani da pianista, sennò saliva di una posizione senza problemi. A Duke era così poco popolare che aveva le chiavi di casa sua, del campus e delle mutandine di tutte le cheerleader nel raggio di cinquanta chilometri. La prima stagione ai Bulls è quella che verrebbe definita “bene ma non benissimo”, 9 punti e 6 assist a partita. Bene se ti chiami Speedy Claxton, un po' meno se devi risollevare una franchigia praticamente morta nel post Jordan. Rompe gli indugi e toglie ogni dubbio sul suo futuro pensando bene di schiantarsi a velocità folle in moto. Peccato che nel contratto dei Bulls fosse esplicitamente scritto che non poteva fare attività potenzialmente pericolose, come dire a Sexy James che ce l'ha piccolo o, appunto, andare in moto. Non rimane su una sedia a rotelle per miracolo, ci prova a sprazzi, ma di fatto a 22 anni era già un ex-giocatore.
 
Nik'oloz Tskit'ishvili (5)
L'unico uomo al mondo capace di far passare Darko Milicic per una scelta nemmeno così buttata nel cesso. Almeno lo psicopatico in maglia Wolves è ancora in NBA. Soprannominato Skita perchè i pochi che negli Stati Uniti han provato a pronunciare il suo nome o sono morti sul colpo o stanno ancora cercando di superare il trauma. Fu scelto così in alto perchè coordinato e per il suo passato da ballerino. Non è che vi prendiamo per il culo, sul serio. Prima di esser scelto faceva il fenomeno alla Benetton, o forse segnava cinque punti a partita senza che nemmeno i bambini degli spazzoloni si accorgessero di lui. Una delle due. Dopo qualche anno in cui si era distinto soprattutto per essere preso per il culo anche dai massaggiatori, è tornato in Europa, soprattutto in Spagna. Si è visto pure a Teramo. Anche se probabilmente nemmeno si ricordano di lui. Ah, sì, per scrivere il nome ho fatto copia/incolla, ho una vita sociale pure io, per quanto sembri strano.
 
Dajuan Wagner (6)
Di lui avevamo parlato centordici anni fa, più precisamente qui .

Marcus Haislip (13)
Lungo longilineo, atletico, di quelli che arrivano in NBA e spaccano i culi a destra e a sinistra. E poi si svegliano tutti sudati. Una prima stagione appena sotto la decenza ai Bucks, con poco più di quattro punti di media e otto partenze in quintetto. Ma hey, è giovane, si deve affinare, migliorerà sicuro nelle stagioni successive. Ecco, no. Trentuno partite giocate l'anno dopo, nove quello dopo ancora e dieci agli Spurs due anni fa, giocando la cifra sconvolgente di 4,4 minuti a partita. Praticamente il tempo di entrare, spiegare ai compagni di squadra “sì, sono io, hai presente, quello che si cambia con te tutte le volte e poi applaude in tuta? Dai, mi hai già visto, fidati. No cazzo non sono il massaggiatore, mi alleno con te!” e poi uscire mestamente. Però ha avuto il merito di tirare fuori una carriera decente in Europa, giocando all'Efes, a Malaga, al Caja Laboral, al Pana. Visto di peggio. Nelle ultime due stagioni ha deciso di coronare una stagione di successi andando nel cimitero cestistico che è la Cina.
 
Jiri Welsch (16)
La NBA è piena di giocatori che sulla carta non sanno fare benissimo niente, ma che teoricamente dovrebbero fare benino un po' tutto. Landry Fields è uno degli esempi più lampanti degli ultimi anni. Ma di quelli di successo. Jiri invece è uno di quelli che ha fatto da schifo a molto schifo. Una stagione a Golden State in cui non avrebbe segnato neanche da solo, sotto canestro e con Chris Paul che gliela passa, finisce a Boston dove esplode: nove punti a partita, quasi quattro rimbalzi, più di due assist, playoff raggiunti. L'anno dopo arriva Doc Rivers e non finisce benissimo: finchè rimane a Boston gioca, anche se peggio dell'anno prima, poi viene scambiato ai Cavs, e lì riesce a peggiorare le percentuali di tiro di Golden State (uno straordinario 25% sia da tre che da due). Dopo un anno a Milwaukee passato ad impressionare ovunque tranne che su un campo da basket, torna in Europa, dove comunque riesce a giocare a buon livello, tra Malaga, Estudiantes e ultimamente allo Spirou in Belgio.
 
Curtis Borchardt (18)
Casomai vi venisse voglia di draftare un centro bianco, pesante e, per quanto dotato, più a rischio infortuni di Oden, pensate che forse magari anche no. Come successo a Blake Griffin in tempi recenti, salta tutta la prima stagione per infortunio, e come lo stesso Blake torna e domina in lungo e in largo. Ah no, scusate, sbagliato giocatore. E al contrario di Blake, torna e non combina una sega. Ottantatre partite in tutto in NBA, spalmate su due anni. Viene a giocare in Europa, dove un centro bianco, sempre rotto e atletico quanto un tostapane rotto comunque può far la sua figura, se almeno sa giocare e riesce a restare sano per dieci minuti. E Curtis poveraccio saprebbe anche giocare. Quattro anni a Granada tenendo medie clamorose (sempre oltre i 20 di media come valutazione e sui 10 rimbalzi a partita), uno in Francia e quest'anno a Valladolid, in pesantissima parabola discendente.
 
Ryan Humphrey (19)
E' così forte, che la scheda che si trova nella sua pagina inglese di Wikipedia è rimasta aggiornata al 2005, dove aveva giocato nei Grizzlies. Ci sono pagine sui tarzanelli molto più aggiornate. Di fatto dopo quella stagione a Memphis la sua carriera NBA era finita. Ha fatto subito un tentativo in Italia, a Reggio Emilia, duranto addirittura 11 partite, con meno di sette punti a partita, da quel momento ha girato un po' l'Europa, un po' quelle squadracce in NBDL che non vanno a vedere nemmeno i parenti dei giocatori. Un giocatore eclettico e completo, nel senso che fa cagare un po' ovunque.
 
Qyntel Woods (21)
Di Woods andrebbe fatto un approfondimento a parte.
Ah, ops, già fatto. Ne parla (non bene) Cecco qui.
Califfo.


Frank Williams (25)
Entrato nella NBA dopo una carriera collegiale clamorosa, doveva essere il playmaker del futuro dei Knicks. Se per futuro si intende due anni e per playmaker si intende far pietà, ci è riuscito alla grande. Un serio lavoratore e ancora più serio professionista, ma solo nei giorni pari dei mesi dispari a patto che fossero anni bisestili ed il mese di trenta giorni. Telefonare ore pasti astenersi perditempo. E se vi avanza un po' di ganja fategli sapere. Il terzo anno passa a Chicago, ma si presenta come la copia grassa di Baron Davis, e non vede il campo. Ci prova (ma non ci riesce) anche in Italia, a Scafati. Ormai ritirato dal basket giocato, rimane invece stimatissimo professionista nel campo del “farsi beccare con la robbba nelle mutande”.
 
Chris Jefferies (27)
Ok, sono in difficoltà. Non me lo ricordo. Forse il fatto che abbia giocato 72 partite in tutto, nella sua carriera da giocatore, potrebbe essere una spiegazione. Però qualcosa bisogna pur scrivere, quindi dirò che essendo un 2,03 non troppo massiccio era un'ala, o al massimo un buttafuori nelle discoteche. Posso affermare con relativa certezza, basandomi su fatti concreti come le sue foto, che non abbia mai vinto un concorso di bellezza. Non garantisco invece su quelli per la peggior pettinatura. Sto portando a casa la scheda con dignità, ormai mancano solo un paio di righe ed è fatta. Non ci sono più notizie da punto di vista cestistico dal 2004. Praticamente una carriera sfavillante. E' andata. Uff, che fatica.
 
Dan Dickau (28)
A volte se vedi un giocatore bianco, per nulla atletico, che le statistiche dichiarano un metro e novanta ma solo in punta di piedi e sopra lo Zanichelli, lontanissimo dall'essere un play puro ti viene in mente che potrebbe essere un giocatore NBA. Ecco, quello è il momento in cui devi cercarti un analista. Uscito da Gonzaga, quindi tutti hanno pensato subito a Stockton, perchè cazzo, è pure bianco e basso, sono per forza uguali! Rimane sei stagioni in NBA, facendo il giocatore solo nel 2004/2005, quando agli Hornets addirittura segnò 13 punti a partita. Peccato che in quella squadra facessero i fenomeni Lee Nailon, Casey Jacobsen e Bostjan Nachbar. E non da baraccone. Da quest'anno lavora come player development assistant nei Blazers. Qualsiasi cosa abbia fatto, anche portare il caffè macchiato ad Aldridge, ha già fatto molto meglio che come giocatore.

Where mediocrity happens: 2001

on Giovedì, 02 Giugno 2011. Posted in Where Mediocrity Happens

E' arrivato il momento del 2001, che forse a livello di quantità di bidoni non è paragonabile ad altri - tipo quello del 2000 appunto - ma che ha delle perle di spessore assoluto. Basta guardare la prima scelta, del resto. E' stato l'anno di delirio assoluto per i liceali, quello di Brown, Chandler e Curry nelle prime quattro, oltre a Gasol. Il fatto che due di questi siano in questo articolo dice tutto. Soprattutto è uno di quei draft dove hanno pescato clamorosamente bene anche al secondo giro. Okur ed Arenas, giusto per dirne due. O Tony Parker a fine primo giro, e Gerald Wallace. Vabbe', chiudiamola qui.
Le puntate precedenti si possono trovare tutte qui. Che poi per adesso si limitino a due, compresa questa, è un altro discorso.

Kwame Brown (1)
L'uomo preferito da Olowokandi. Conscio che sarebbe stato difficile, se non impossibile, non esser considerato la peggior prima scelta assoluta che la storia ricordi, era già pronto a prendere il primo volo per l'Isola di Pasqua e sotterrarsi. Ma poi è arrivato Quami e l'ha tratto in salvo. E' ancora in NBA, a Charlotte, casualmente fortemente voluto dallo stesso pazzo che l'aveva selezionato quell'anno. Ovvero un certo Micheal Jordan, il cui talento come dirigente è inversamente proporzionale ai punti che ha segnato in NBA. Però ehi, non mi si prenda per il culo Quami, non è così gramo, dopotutto ogni tre anni azzecca la stagione che ti fa dire eh dai, sta giocando come uno che sceglierei alla numero trenta. Una volta ogni tre anni. Meglio non scrivere cosa ti fa dire negli altri due, ci sono bambini che leggono.
 
Eddy Curry (4)
Uno dei settantamila baby-shaq, nomea che porta, nei casi più fortunati, a finire per contrabbandare astici nel Messico meridionale. Diventato famoso per pesare quanto lo Shaq originale e prendere allo stesso tempo meno rimbalzi di un adolescente con i brufoli – in questa classifica battuto soltanto dal nostro ineffabile Bargnani, che almeno ha la non credibilissima scusa di giocare spesso a ventinove metri dal canestro – sarebbe stato pure buono – e c'è un contratto più pesante di lui a confermarlo – se non fosse stato per obesità, problemi di cuore, generale mollezza non soltanto intorno al ventre. Manca soltanto l'accusa di molestie e c'è tutto. Ma attenzione perchè........l'accusa di molestie è qui con noi!!!!! Ta da da da ta da da da. Portata avanti dal suo parrucchiere. Uomo, che diceva che oltre ad insultarlo con epiteti razzisti voleva che lo guardasse nudo. Primo col secondo che arriva terzo.
 
Eddie Griffin (7)
Ne avevamo già parlato qui.
 
Rodney White (9)
Uno il cui talento ha mantenuto le promesse quanto un politico corrotto. A Detroit l'hanno amato tanto quanto si potrebbe amare un opossum che si è appena mangiato il vostro gatto, ma per fortuna loro è arrivato quel mattacchione di Kiki Vandeweghe, lo stesso genio che selezionò Tskitishvili, di cui parleremo nella prossima puntata, che fece carte false per prenderselo. Il buon Rodney a Denver qualche lampo lo fece vedere, in una squadra che vinceva giusto a Natale e a Pasqua, negli anni bisestili. Dopo varie esperienze - tra cui Pesaro in Legadue, dove ammaliò tutti con la sua etica del lavoro, più o meno - l'ultima volta è stato visto in Cina. Davvero strano.
 
Kedrick Brown (11)
In un community college – il nome ve lo faccio cercare a voi, io ormai quando sento community college penso a Troy e Abed in the morning – segnava centosedici punti a partita, con la sinistra, ad occhi chiusi e tirando da sdraiato. A Boston non avevano spiegato che la NBA è leggermente diversa da un community college, non solo perchè ci sono molti più tatuaggi, ed il buon Kedrick ha avuto qualche leggerissima difficoltà a giocare ad un livello più alto. Dura tre anni, poi puntuale come le lacrime di Bosh perchè gli hanno rubato l'Ipod è arrivata la NBDL, la Turchia e la Cina. Oh yeah, c'è sempre di mezzo la Cina.

Kirk Haston (16)
Non è che qualcuno ha sbagliato ed ha inserito il nome di uno sconosciuto. No, questo è stato scelto per davvero. Che poi poveraccio, al college lo notavano, giochicchiava discretamente, si faceva le meglio cheerleader nei salottini buoni delle confraternite. Ecco, magari per il basket dove ti pagano profumatamente non era proprio prontissimo. Il fatto poi che finisse in lista infortunati – per veri infortuni – più spesso di quanto andasse ad evacuare non ha aiutato. Ci ha provato nel 2005 a finire in Italia, a Capo D'Orlando. Casualmente era già rotto ancora prima di cominciare mettere il piedino in palestra, tornato a casa, qualche anno dopo, si è messo ad allenare i ragazzini del suo vecchio liceo. E' la storia di uno del '79, non del '36 che ha visto la grande guerra e si rivolge a tutti chiamandoli figliolo.
 
Micheal Bradley (17)
Businessman, allenatore, fondatore di un'associazione per l'educazione di adulti e bambini attraverso lo sport. Ed il basket giocato? Bianco di quasi 2,10, in NBA ci rimane cinque anni, ovvero cinque più di quanto meritasse: cinque punti di media nel 2002/2003, nei restanti quattro somma 145 punti in 106 gare. La media la lascio fare a voi, non è che uno debba arrivare al quinto decimale per capire che era meglio Esposito, ai Raptors. In Europa gira la Spagna, senza far troppo schifo, la Germania e la Lituania, tutto sommato finendo spesso in buone squadre. L'ultima tappa però è la Danimarca. Scopro ora che hanno anche le palestre per giocare a basket. Al momento allena in una scuola.
 
Joe Forte (21)
Seconda prima scelta di Boston, quella prima era alla 11, se vi ricordate. Draft di quelli spiccatamente trionfali per i biancoverdi, verrebbe da dire. In NBA colleziona la bellezza di trenta punti in due anni, roba che c'è gente che li fa in venti minuti. Tra Siena, Fortitudo ed Udine si vede parecchio in Serie A, qualcosa con i primi la vince, ma farebbe passare Jack lo Squartatore per uno equilibrato. Anche perchè andare in rissa con uno come Jerome James, tipino di centoventi chili famoso per avere dentro le mutande qualcosa di ancora più pesante, non è che lo assoceresti ad uno trabordante di raziocinio. In Legadue negli ultimi anni fa il fenomeno. Legadue. Scelto da Boston. Alla ventuno. Ed il talento lo giustificava. Trovate l'errore.
 
Jeryl Sasser (22)
Scelto perchè sapeva fare benino un sacco di cose, e come spesso è accaduto a giocatori del genere, presto dimenticato perchè di fatto non c'era niente che sapesse fare davvero bene. In particolare per essere un esterno aveva un tiro da fuori paragonabile a quello di Chiacig nei giorni storti. L'unica Lega in cui si giochi davvero a basket in cui è finito a sbarcare il lunario è quella francese. Tra gli altri spicca il Kuwait. E sì, quello stato grosso che inizia per C e finisce per Ina.
 
Brandon Armstrong (23)
Chiedete a quelli di Roseto quali ricordi indelebili abbia lasciato il buon Brandon, e nel migliore dei casi vi lasceranno un ematoma. Anche perchè di solito se tiri con percentuali sotto lo zero di solito è consigliabile lasciarlo fare ad altri. A lui da piccolo non l'avevano spiegato. Tre anni ai Nets in cui nemmeno loro si erano accorti di averlo, faceva già vedere come la selezione intelligente dei tiri non fosse esattamente una delle sue principali preoccupazioni. Polonia, Ucraina, squadracce casuali in NBDL, sta facendo il turista stipendiato. Chiamatelo cretino.
 
Ecco a voi l'elenco completo.

Where mediocrity happens: 2000

on Lunedì, 23 Maggio 2011. Posted in Where Mediocrity Happens

Con il draft distante un mesetto abbondante, ci prendiamo la libertà di passare in rassegna i draft passati, quelli del nuovo millennio. Ma mica per guardare i fenomeni che son stati scelti, figuriamoci. Piuttosto per insultare un po' i bidoni. Per ogni draft, saranno dieci i prescelti.
Si parte col botto: il 2000 è secondo molti - tra cui il qui presente Sine - uno dei, se non IL, peggiore in assoluto. Basta dare un'occhiata qui sotto, e soprattutto basti pensare che fuori dai dieci - e si parla solo di primo giro - sono rimasti nomi del calibro di Donnell Harvey, Dalibor Bagaric, Mamadou N'Diaye ed Erick Barkley. Non perchè siano meno scarsi dei citati - almeno parlando di carriera NBA - ma giusto perchè mi va così.
Il numero tra parentesi indica ovviamente a che altezza sono stati scelti.
Stromile Swift (2)
Verrà ricordato negli annali della NBA per aver dato un sostanzioso contributo in termini di morigeratezza, autocontrollo, intelligenza cestistica e movimenti di tecnica sopraffina. O forse no. In NBA l'ultimo domicilio conosciuto è stato Phoenix, nel 2009, in cui ha incantato tutti, nel mese in cui è rimasto lì. Non in campo, nei baretti. La sua incredibile esperienza e sapienza tecnica è stata poi richiesta nella patria del bel basket, la Cina, più precisamente dagli Shandong Lions. Negli ultimi tempi si è specializzato anche in arresti, prediligendo attività di stalking ed invasioni a domicilio con armi al seguito, ma soltanto dopo aver scritto oscenità via sms alla proprietaria del domicilio stesso. Contattare ore pasti, astenersi perditempo.
 
Darius Miles (3)
Filosofo sopraffino, i suoi tifosi ricorderanno sempre con amore quella volta che riuscì a fare 2+2 in meno di sette minuti. Campione indiscutibile nel non rispettare le attese con qualunque squadra si sia trovato a giocare, fermato da un infortunio allucinante proprio quando sembrava che due neuroni potessero aver fatto contatto, quando era a Portland. Ci ha riprovato in seguito, diventando espertissimo di preseason, e giocando giusto quelle partite di regular season, con Memphis, che bastarono a Portland per perdere 19 milioni circa di salari in due anni. Da quelle parti lo amano ancora, ma solo perchè là per amore intendono cercare qualcuno con le mazze ferrate. Dopo la preseason con i Bobcats di quest'anno non s'è più visto, ci manca tanto. Ma anche no.
 
Marcus Fizer (4)
Uno di quelli che ha più tatuaggi che estimatori. L'unica cosa più sospetta della sua faccia (rassicurante quanto un ponte di carta) è il fatto che a draftarlo fu Tim Floyd, lo stesso che l'aveva reclutato al college. Dopo qualche anno in giro qua e là non è riuscito a fare il roster durante il draft di espansione dei Bobcats. Gli stessi Bobcats in cui Brezec (parliamo di lui sotto) faceva il fenomeno. Quello deve averlo distrutto, ha sbarcato il lunario un po' ovunque, Spagna, Portorico – tappa fissa per ogni bidone che si rispetti – Israele – Maccabi, hai detto niente – ed ancora Portorico, dove è diventato compagno di squadra di quel califfo clamoroso di Antoine Walker.
 
DerMarr Johnson (6)
Fenomeno clamoroso da ragazzino, anche in questo caso la materia grigia ha lasciato talvolta dei dubbi. Ma a fotterlo, dopo due anni comunque non indimenticabili agli Hawks, è uno schianto con la Mercedes che non lo lascia sulla sedia a rotelle per miracolo. E altrettanto per miracolo torna a giocare dopo un paio d'anni, senza farsi ricordare troppo. A Treviso, dove è finito nel 2007, se lo ricordano anche, ma spesso al suo nome ci associano anche alcuni insulti. Libano, Cina, Portorico sono le sue ultime tappe. Sì, si gioca a basket anche lì, e sì, non vi perdete nulla.
 
Chris Mihm (7)
Uno di quelli che all'attivo ha più infortuni che anni su questo pianeta, nei primi anni in NBA non ha mai davvero fatto completamente schifo, ma non è che ci sia mai andato troppo lontano. Anche perchè se sei la settima scelta di un draft ed a 24 anni sei la riserva di Mark Blount c'è il rischio che qualcosa nella tua carriera da giocatore NBA abbia preso il bivio sbagliato. Ha fatto il mezzo fenomeno ai Lakers, in cui è sembrato addirittura un titolare quasi presentabile. Ma erano i Lakers peggiori degli ultimi centordici anni. Nel momento in cui è finito a Memphis, nel 2009, ha smesso di giocare. Il fatto che sia più invalido del cervello di Biscardi gioca un ruolo fondamentale nella cosa. E' dato come “free agent”, scusa ufficiale per quelli che non vedono contratti da anni.
 
Jerome Moiso (11)
Etica del lavoro che lo ha sempre distinto rispetto ai suoi compagni. Nel senso che non faceva una beneamata mazza. Il suo sguardo sveglio e dannatamente intelligente, di uno che si era appena fumato tutto il Guatemala, difficilmente è passato inosservato. Casualmente disputa la sua unica stagione decente (ovvero la cifra incredibile di 4 punti a partita) in NBA proprio in scadenza di contratto, particolare che gli ha regalato qualche altro anno di vacanze in giro per gli Stati Uniti. Torna in Europa ed in quattro anni passa per sette squadre, tra cui la Fortitudo e Roma, dimostrando di essere sempre il preferito di compagni ed allenatori. Come naturale prosecuzione di una carriera di altissimo livello, finisce in Cina, dove ha disputato l'ultima stagione, nella squadra dove l'anno precedente aveva giocato DerMarr Johnson. Bravo lui.
 
Mateen Cleaves (14)
Potrebbe tenere dei seminari sulla differenza tra il mondo NBA e quello collegiale, come sia facilissimo fare i fenomeni nel secondo ed essere delle pippe nel primo. A Michigan State ha vinto qualsiasi cosa potesse vincere, anche il torneo interno di scala quaranta, pur se tra qualche polemica, non è mai riuscito a fugare i dubbi su alcuni jolly nella manica sinistra. Nella NBA è stato vagamente accettabile solo il primo anno, poi tanti saluti. Nel 2010 capisce che gente disposta a pagarlo per giocare a basket non la troverebbe nemmeno tra i propri parenti, diventa analista da studio per i Pistons, dove aveva cominciato la carriera. Ma soprattutto, ed è qui che riconosci quello che la spiega a tutti, è diventato manager di nuovi talenti musicali. Fenomeno vero.
 
Iakovos Tsakalidis (25)
Chiamato Jake perchè gli americani sono famosi per essere dei clamorosi incapaci a pronunciare qualsivoglia nome straniero. Tenero, bello e leggiadro come solo un 2,20 impacciato e legnoso sa essere. Dura pure più di quel che dovrebbe nella NBA, trovando contratti qua e là grazie al fatto che le sue terga occupino 16 km quadrati. In rapporto alla stazza uno dei peggiori stoppatori della storia, è tornato in patria nel 2007, all'Olympiakos, ma l'anno dopo ha capito che sarebbe stato carino appendere il 120 di piede al chiodo. Ora coltiva marijuana nel cortiletto di casa. Ma io non vi ho detto nulla, meglio che non si sappia in giro.
 
Primoz Brezec (27)
Apprezzato prima del draft per la sua altezza infinita e per le sue palle cubiche. Una di queste due affermazioni è falsa. Nessuno si accorge di lui per tre anni, quando ad Indiana gli veniva chiesto di pulire i lavandini. Nel draft d'espansione finisce a Charlotte e per due anni fa il centro titolare di una squadra impresentabile, raccogliendo cifre più che buone. Poi la gente si riaccorge che in realtà bidone era prima e bidone è tuttora, e torna ad usare il viakal nelle toilette. Una parentesi dimenticabile con Roma, alcune parentesi ancora più dimenticabili di nuovo in NBA, è infine andato in Russia con quel genio del male di Gerald Green, uno che in questo rubrica meriterebbe tre puntate a parte.
 
Mark Madsen (29)
Il suo highlight più importante è come abbia ballato nella parata del titolo vinto dai Lakers. Che dovrebbe dare un'idea delle sue straordinarie doti cestistiche. A differenza di molta della gente qua sopra citata, ha avuto la decenza di rendersene conto ed ha costruito la propria carriera non rompendo le palle e facendo quello che gli veniva chiesto. Nella NBA questo è un affronto che si paga caro. Dopo i due titoli vinti con i Lakers e svariate stagioni con Minnesota, mai racimolando più di 3,6 punti a partita, e qualche offerta sparsa qua e là, ha deciso di diventare assistant coach nella NBDL. Ha convinto tutti ad assumerlo dopo un paio di passi di danza ben fatti.
 
Il draft completo, nel caso voleste intristirvi, lo trovate qui. Giusto per: guardate dov'è finito Micheal Redd.