Anelli di Celluloide - Primo Tempo
Non molto tempo fa hanno proposto in TV il film Glory Road, per il sommo godimento di tutti.
Finito il film, mi sono messo a pensare ad altri film che parlano di basket e, sorprendentemente, mi sono accorto che non sono affatto pochi.
Tante stronzate, tanta roba inutile, ma per fortuna qualche perla c’è.
Partiamo proprio da Glory Road:
Da molti è considerato il miglior film sul gioco del basket, probabilmente perché la storia che racconta è la classica favola americana: i poveri contro i ricchi, i buoni contro i cattivi, i puri contro i pieni di pregiudizi.
Scavando un pelo più a fondo scopro che il film è prodotto dalla cazzo di Disney (!!!).
Trama: Don Haskey, severo ma deciso coach di Texas Western, guida la sua squadra universitaria composta per la maggioranza da atleti afroamericani al titolo NCAA, battendo in finale nientedimeno che i Kentucky Wildcats del leggendario Adolph Rupp.
In poche parole è la storia dell’underdog, nella sua accezione più pura e politicamente corretta, in fin dei conti quasi banale. Detto così sembra un film di poco conto, e invece credo sia un esempio di come le storie semplici riescano ad essere, soprattutto nel mondo del cinema, le più valide.
La differenza la fa la recitazione, come è stato interpretato; Josh Lucas nei panni di Don Haskins è letteralmente magistrale, ed infatti la narrazione si appoggia tutta sul punto di vista dell’allenatore.
Scene di gioco presenti in buona quantità. Tanto buonismo. Poca realtà di gioco. Ricordate, siamo in casa Disney.
He Got Game

è la Bibbia della palla a spicchi cinematografica di chi vi sta scrivendo.
Mi basta pensare a Spike Lee + Denzel Washington + Ray Allen. Aggiungeteci quella strafiga di Milla Jovovich e Rosario Dawson giovane, ma già abbondantemente sveglia-mutande.
Ambientate il film a Coney Island, casa di Stephon Marbury tanto per citarvi un degno rappresentante, e infarcite il tutto con apparizioni a spot di Travis Best, Rick Fox e John Turturro.
Il risultato è uno splendido cliché sul mondo del basket professionistico, e sulla vita degli adolescenti liceali che si avvicinano allo sfavillante mondo della NBA. Tutto ciò che gira attorno ad esso, quindi agenti, soldi facili, aspettative e promesse, finte amicizie e sanguisughe.
Ray Allen interpreta Jesus – mamma perché non mi hai chiamato così anche tu – Shuttlesworth, promessa liceale numero uno d’America, nel momento in cui deve decidere se dirigersi tra i pro, oppure andare al college, facendo scontenta tanta gente pronta a fare i milioni su di lui. Un proto-LeBron, in pratica.
Denzel –sono il più fregno del reame – Washington interpreta suo padre, galeotto lasciato in libertà per convincere il figliol non tanto prodigo ad andare a Ball State University.
Siamo a casa del buon vecchio Spike: colonna sonora Hip-Hop meravigliosa, ambientazione NY-ghetto ed un paio di slo-mo sul movimento del polso nel tiro di Ray Allen.
Alleluja.
Per il prossimo film vorrei cominciare innalzando una filippica contro i geni del male che traducono i titoli dei film dall’inglese all’italiano. Ma mi limiterò a dirvi che Hoosiers in Italia è stato tradotto come “Colpo Vincente”. Pausa scenica. Risate. Giù il sipario. Tutti a casa.
A parte gli scempi di traduzione, qui siamo di fronte ad un film con i contro cazzi.
Ispirato alla vicenda della Milan High School, che nel 1954 vinse il campionato statale dell’Indiana (da qui il nome Hoosiers), racconta la storia del coach Norman Dale e del suo arrivo nella piccola e quanto mai ostile Hickory. La vicenda narra di come, ovviamente, la squadra di Hickory arriva al campionato statale, permettendo al burbero Norman Dale di conquistarsi la fiducia dei suoi giocatori e della cittadina.
Per tanti versi, molti versi, la vicenda è simile a Glory Road, ma qui non c’è la Disney a smorzare i toni con la classica spolverata di zucchero a velo. Il risultato è un film realistico e sicuramente credibile, anche grazie alla presenza di un certo Gene Hackman ad interpretare coach Norman Dale.
Imperdibile, senza se e senza ma.
Chi Non Salta Bianco E’

è una cartuccia bella importante. Il nostro Lukish ne ha parlato qualche mese fa con un bell’articolone. E’ una cartuccia importante perché raramente un film, o un espressione dello stesso, entra nel linguaggio comune e nella dialettica cestistica come è successo a “Chi non salta bianco è”, stavolta magistralmente tradotto da “White men can’t jump”.
Forse il film più crudo e “vero”, pur con tutti i crismi cinematografici, visto che è presente lo storico razzismo invertito della palla a spicchi statunitense, dove il “bianco” al playground non è MAI il benvenuto.
Qui il bianco lo interpreta Woody Harrelson che, in combutta con un fantastico Wesley Snipes pre-Blade, finisce per infinocchiare metà dei playground Losangelini, con rispettivi “fratelli”. E’ un pezzo di storia del basket su celluloide. Un classico. Roba da Hall of Fame.
Il Sogno di Calvin.

Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?
Eh lo so. Probabilmente se non avete avuto una sorella minore che sfondava il telecomando a furia di fare zapping tra Cartoon Network e Disney Channel, non siete mai finiti su questa roba con Lil’ Bow Wow come attore protagonista. E qua ho già detto tutto.
Trama: Calvin, bambino insopportabile, vive in una casa famiglia per orfani. Un giorno trova appese ai fili dell’alta tensione un paio di scarpe da basket, vecchie e lacere.
Le mette su per gioco. Diventa un fenomeno.
Scopre che le scarpe sono appartenute a Michael Jordan.
Lui, bambinello, finisce in NBA e aiuta una squadra peggio dei Bobcats ad andare ai Playoff.
Fine.
Aiuto.
Ah il film in origine si chiamava Like Mike.
Ho finito.
Fine primo tempo.

Due giocatori arrivano al Garden: Ray "HeGotGame" Allen e Kevin "TheRevolution" Garnett.
La stagione successiva inizia come da attese concludendosi con un record di 60-22, poi i playoff senza KG a causa di un grave infortunio al ginocchio. La sua assenza si rivelerà decisiva ma la sua "loyalty" farà bagnare i tifosi dal momento che decide di non farsi operare finchè i Celtics sono in gara, in modo da potersi sedere in panchina (in tuta) con la squadra pur non potendo giocare. Stagione da dimenticare? Forse, eppure emerge il ragazzino senza talento, quello che doveva portare su il pallone si riscopre fenomeno e va vicino alla tripla doppia di media nei playoff. Rajon Rondo dalla stagione successiva sarà il perno attorno a cui ruoteranno i Celtics andando a creare i "Big 3 + 1".
Non ha vinto il basket come segnalato da nba.com, ma hanno vinto quelli più forti e alla fine è giusto così. E' giusto che la loro era finisca con una prestazione come questa, ed è giusto che finisca aprendo la strada ai giovani. Le sconfitte dei Celtics contro gli Heat e degli Spurs contro OKC suonano tanto come un passaggio di testimone da una generazione ad un'altra. Non è il finale che molti avrebbero voluto (nemmeno il sottoscritto), ma è quello giusto.

Rieccoci per il secondo giro di giostra sul carrozzone NCAA. Lunedì vi avevamo accennato a due nomi che ce l'avrebbero spiegata in lungo e in largo su quel pazzo mondo che è il College basket. Dopo Lorenzo Neri il secondo nome è quello di
E arriviamo alla partita. Ha vinto kentucky, la più forte senza dubbio fin dall' inizio (ancora di piu dopo l' esclusione di Fab Melo di Syracuse per motivi accademici), ma riservo qualche dubbio sul fatto che sia la meglio allenata. Non che Calipari abbia qualcosa di cui essere rimproverato , tutt' altro, ma il talento a disposizione era nettamente superiore a tutti, anche a Kansas. Bill Self, allenatore di Kansas, ha portato i suoi ragazzi a giocare una pallacanestro quasi perfetta, se non per una stagione intera, indubbiamente per il mese finale. Con molto meno talento di Kentucky hanno messo tantissima qualità di gioco e indubbiamente più cuore.

