Articles in Category: BBB Stories

Anelli di Celluloide - Primo Tempo

on Mercoledì, 22 Agosto 2012. Posted in Fuori dal Campo, BBB Stories

Non molto tempo fa hanno proposto in TV il film Glory Road, per il sommo godimento di tutti.
Finito il film, mi sono messo a pensare ad altri film che parlano di basket e, sorprendentemente, mi sono accorto che non sono affatto pochi.
Tante stronzate, tanta roba inutile, ma per fortuna qualche perla c’è.
Partiamo proprio da Glory Road:

Da molti è considerato il miglior film sul gioco del basket, probabilmente perché la storia che racconta è la classica favola americana: i poveri contro i ricchi, i buoni contro i cattivi, i puri contro i pieni di pregiudizi.
Scavando un pelo più a fondo scopro che il film è prodotto dalla cazzo di Disney (!!!).
Trama: Don Haskey, severo ma deciso coach di Texas Western, guida la sua squadra universitaria composta per la maggioranza da atleti afroamericani al titolo NCAA, battendo in finale nientedimeno che i Kentucky Wildcats del leggendario Adolph Rupp.
In poche parole è la storia dell’underdog, nella sua accezione più pura e politicamente corretta, in fin dei conti quasi banale. Detto così sembra un film di poco conto, e invece credo sia un esempio di come le storie semplici riescano ad essere, soprattutto nel mondo del cinema, le più valide.
La differenza la fa la recitazione, come è stato interpretato; Josh Lucas nei panni di Don Haskins è letteralmente magistrale, ed infatti la narrazione si appoggia tutta sul punto di vista dell’allenatore.
Scene di gioco presenti in buona quantità. Tanto buonismo. Poca realtà di gioco. Ricordate, siamo in casa Disney.

He Got Game

è la Bibbia della palla a spicchi cinematografica di chi vi sta scrivendo.
Mi basta pensare a Spike Lee +  Denzel Washington + Ray Allen. Aggiungeteci quella strafiga di Milla Jovovich e Rosario Dawson giovane, ma già abbondantemente sveglia-mutande.
Ambientate il film a Coney Island, casa di Stephon Marbury tanto per citarvi un degno rappresentante, e infarcite il tutto con apparizioni a spot di Travis Best, Rick Fox e John Turturro.
Il risultato è uno splendido cliché sul mondo del basket professionistico, e sulla vita degli adolescenti liceali che si avvicinano allo sfavillante mondo della NBA. Tutto ciò che gira attorno ad esso, quindi agenti, soldi facili, aspettative e promesse, finte amicizie e sanguisughe.
Ray Allen interpreta Jesus – mamma perché non mi hai chiamato così anche tu – Shuttlesworth, promessa liceale numero uno d’America, nel momento in cui deve decidere se dirigersi tra i pro, oppure andare al college, facendo scontenta tanta gente pronta a fare i milioni su di lui. Un proto-LeBron, in pratica.
Denzel –sono il più fregno del reame – Washington interpreta suo padre, galeotto lasciato in libertà per convincere il figliol non tanto prodigo ad andare a Ball State University.
Siamo a casa del buon vecchio Spike: colonna sonora Hip-Hop meravigliosa, ambientazione NY-ghetto ed un paio di slo-mo sul movimento del polso nel tiro di Ray Allen.
Alleluja.


Per il prossimo film vorrei cominciare innalzando una filippica contro i geni del male che traducono i titoli dei film dall’inglese all’italiano. Ma mi limiterò a dirvi che Hoosiers in Italia è stato tradotto come “Colpo Vincente”. Pausa scenica. Risate. Giù il sipario. Tutti a casa.

A parte gli scempi di traduzione, qui siamo di fronte ad un film con i contro cazzi.
Ispirato alla vicenda della Milan High School, che nel 1954 vinse il campionato statale dell’Indiana (da qui il nome Hoosiers), racconta la storia del coach Norman Dale e del suo arrivo nella piccola e quanto mai ostile Hickory. La vicenda narra di come, ovviamente, la squadra di Hickory arriva al campionato statale, permettendo al burbero Norman Dale di conquistarsi la fiducia dei suoi giocatori e della cittadina.
Per tanti versi, molti versi, la vicenda è simile a Glory Road, ma qui non c’è la Disney a smorzare  i toni con la classica spolverata di zucchero a velo. Il risultato è un film realistico e sicuramente credibile, anche grazie alla presenza di un certo Gene Hackman ad interpretare coach Norman Dale.
Imperdibile, senza se e senza ma.

Chi Non Salta Bianco E’


è una cartuccia bella importante. Il nostro Lukish ne ha parlato qualche mese fa con un bell’articolone. E’ una cartuccia importante perché raramente un film, o un espressione dello stesso, entra nel linguaggio comune e nella dialettica cestistica come è  successo a “Chi non salta bianco è”, stavolta magistralmente tradotto da “White men can’t jump”.
Forse il film più crudo e “vero”, pur con tutti i crismi cinematografici, visto che è presente lo storico razzismo invertito della palla a spicchi statunitense, dove il “bianco” al playground non è MAI il benvenuto.
Qui il bianco lo interpreta Woody Harrelson che, in combutta con un fantastico Wesley Snipes pre-Blade, finisce per infinocchiare metà dei playground Losangelini, con rispettivi “fratelli”. E’ un pezzo di storia del basket su celluloide. Un classico. Roba da Hall of Fame.



Il Sogno di Calvin.

Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?
Eh lo so. Probabilmente se non avete avuto una sorella minore che sfondava il telecomando a furia di fare zapping tra Cartoon Network e Disney Channel, non siete mai finiti su questa roba con Lil’ Bow Wow come attore protagonista. E qua ho già detto tutto.
Trama: Calvin, bambino insopportabile, vive in una casa famiglia per orfani. Un giorno trova appese ai fili dell’alta tensione un paio di scarpe da basket, vecchie e lacere.
Le mette su per gioco. Diventa un fenomeno.
Scopre che le scarpe sono appartenute a Michael Jordan.
Lui, bambinello, finisce in NBA e aiuta una squadra peggio dei Bobcats ad andare ai Playoff.
Fine.
Aiuto.
Ah il film in origine si chiamava Like Mike.
Ho finito.

Fine primo tempo.

Big Threeam

on Domenica, 22 Luglio 2012. Posted in BBB Stories

9 agosto 1992, arriva l'annuncio che chiude un capitolo di una franchigia ma anche dell'intera lega: Larry Bird si ritira.
Perdere un giocatore come Bird vuol dire calare la saracinesca e ricominciare, e per non lasciare dubbi al riguardo gli Dei della palla a spicchi hanno voluto calcare la mano sui Boston Celtics: all'età di 27 anni muore Reggie Lewis, Kevin McHale si ritira e Robert Parish diventa free agent.
Nel 1995 viene abbandonato lo storico Boston Garden per il TD Garden, tabula rasa.

Nel 1998 i Celtics ottengono la decima scelta (nell'anno in cui alla 5 avevi "Air Canada" e alla 9 "WunderDirk"), Paul Pierce: con lui inizierà la ricostruzione.
Nessun risultato concreto nei primi anni però il ragazzino si fa notare perfino da Shaq che, come sempre, esprime il suo punto di vista con facenze hollywoodiane; il 13 marzo del 2001 Pierce segna 42 punti (con un irreale 13/19 dal campo) ai Lakers. Shaq a fine partita si avvicina ad un reporter di Boston ed indicando il suo blocchetto degli appunti dice "segnati questo, mi chiamo Shaquille O'Neal e Paul Pierce è la verità. Citami su questa frase e non tralasciare nulla. Sapevo che poteva giocare, ma non avevo idea che potesse farlo così. Paul Pierce è la verità".
Fosse stato chiunque altro a dirlo ci avrebbero riso sopra ma è stato Shaq, da quel momento in poi Paul Pierce sarà "The Truth".

Intanto nel 2004 arriva in panchina Doc Rivers e nel 2006 una ventunesima scelta senza prospettive, Rajon Rondo (playmaker veloce ma senza tiro quindi "inutile in una lega come l'NBA").
Si arriva così al 2007, a 15 anni dall'addio alle armi di "The Legend" e a 12 dall'abbandono del campo di battaglia.

Due giocatori arrivano al Garden: Ray "HeGotGame" Allen e Kevin "TheRevolution" Garnett.
Pierce, Allen e Garnett vengono annunciati nella pre-season come i "big three", senza fuochi d'artificio e senza cerimonie (ogni riferimento ad altre situazioni è volontario), in una conferenza stampa in cui il GM Danny Ainge dice chiaramente "questi ragazzi sanno che non saranno mai i Big3 finchè non vinceranno".
Nascono così i Celtics del 17° titolo, un ragazzino "inutile" a portare palla ed i "Big Three", un difensore perimetrale come Tony Allen ed uno sotto le plance come Perkins, un uomo di esperienza come Sam Cassell e dei califfi sparsi quali Big Baby (rookie), E-Money, Samurai Scot e soprattutto sua maestà Brian Scalabrine (massimo in carriera di asciugamani sventolati con la maglia biancoverde).
Dopo 21 anni, senza il Boston Garden e senza "The Legend", si ricomincia da dove si era interrotto, dalla rivalità più storica della lega Celtics-Lakers. Nel 1987 vinse Los Angeles a gara 6, nel 2008 toccò agli irlandesi adottivi con il punteggio storico di 131-92 (la vittoria con più largo margine in una gara decisiva per il titolo, il record precedente era il 129-96 stabilito da Boston sempre contro i Lakers, nelle finali del '65).
Praticamente una favola, i Big3 erano arrivati riportando i Celtics in cima alla lega con prepotenza. Quella finale appariva quasi come una rivincita con 20 anni di ritardo, la chiusura di una storia di cui ormai non si faceva più parte e la prefazione di un sequel da protagonisti.
Le premesse per una dinastia c'erano tutte: la miglior difesa della lega, il miglior tiratore della lega (oggi il migliore di sempre statistiche alla mano), un lungo dominante sotto canestro con un piazzato immarcabile, "La Verità", grinta e cattiveria da vendere e quel pizzico di "Bad Boys" necessario per conquistare gli anelli.
Una squadra che funzionava per ossimori.
Allen che esce da un blocco di Garnett, l'eleganza di Bach generata dalla sporcizia di un riff di Keith Richards.
Rondo e Pierce, La velocità di Malmsteen accompagnata dalle variazioni ritmiche dei Red Hot.
Un gruppo di singoli controversi e dalle personalità più disparate, dalla rabbia di KG alla concentrazione zen di Ray passando attraverso l'arroganza di Pierce, gestito da Doc Rivers (nelle vesti della versione leprecauna di William Wallace) e da uno stratega come Thibodeau.

La stagione successiva inizia come da attese concludendosi con un record di 60-22, poi i playoff senza KG a causa di un grave infortunio al ginocchio. La sua assenza si rivelerà decisiva ma la sua "loyalty" farà bagnare i tifosi dal momento che decide di non farsi operare finchè i Celtics sono in gara, in modo da potersi sedere in panchina (in tuta) con la squadra pur non potendo giocare. Stagione da dimenticare? Forse, eppure emerge il ragazzino senza talento, quello che doveva portare su il pallone si riscopre fenomeno e va vicino alla tripla doppia di media nei playoff. Rajon Rondo dalla stagione successiva sarà il perno attorno a cui ruoteranno i Celtics andando a creare i "Big 3 + 1".

Stagione 2009-2010, i verdi non ci stanno e aggiungono al roster un altro re del trash talking: Sheed. Un altro giocatore in grado di infiammare una partita da un momento all'altro nonostante l'età.
La stagione non va come sperato, ma ai playoff ricompare l'intensità e la voglia di vincere.
Rondo ormai leader mostra momenti di poesia indescrivibili (il passaggio dietro la schiena che fa andare LeBron a viole contro i Cavs è storico) e con grinta e fame di vittoria i verdi tornano in finale, ancora contro i Lakers.
Serie meravigliosa ma a gara 6 (3-2 per i Celtics) si infortuna Perkins (perno della difesa bostoniana) e i Lakers vincono a gara 7 83-79.

Sembra finita, Sheed si ritira, Perkins viene scambiato a metà stagione, l'arrivo dei due O'Neal peggiora i problemi di età e di fragilità (fisica) della squadra. Game Over? Così pare, vengono eliminati al secondo turno di playoff dai Big3 giovani, quelli di Miami, nonostante Ray disputi un' annata irreale con 16.5 punti di media, 46% dal campo e 44% da tre (entrambi career high) superando Raggie Miller e diventando il miglior tiratore della storia.

2011-2012, il capolinea. Si sa che sarà l'ultima stagione dei Big3+1 e si sa anche che l'età è un problema insormontabile e che quindi falliranno ancora una volta. Come sempre gli infortuni calcano la mano: commozione cerebrale per Pietrus, problemi cardiaci per Jeff Green e ginocchio in briciole per J.O'neal (probabilmente l'unico reale vantaggio). Infine Allen si infortuna e non parteciperà al primo turno dei playoff. Finita? Non proprio... Ritrovatisi senza centro decidono che Garnett ricoprirà quel ruolo e la mossa si rivela vincente.
Arrivano fino alla finale di conference contro Miami con prestazioni straordinarie di Rondo (sempre più leader), Pierce (vero capitano) e Garnett (vero cuore della squadra).
La serie contro gli Heat è una delle più belle degli ultimi anni, e i Celtics mostrano la pallacanestro più bella della lega (perfino migliore del capolavoro creato da Popovich). Difendono duro alternando la zona alla uomo e sono efficaci da ambo i lati del campo.
Partono sotto 2-0 e rimontano fino al 2-3 perdendo malamente gara 6 in casa e spingono la serie a gara 7.
Gara 7 a Miami è troppo, l'età si fa sentire come il talento mostruoso della regina in nero (che pare aver imparato a gestire i finali).
Crollano nell'ultimo quarto ed escono dal campo per la standing ovation. Doc Rivers in lacrime e in fondo anche io.

Non ha vinto il basket come segnalato da nba.com, ma hanno vinto quelli più forti e alla fine è giusto così. E' giusto che la loro era finisca con una prestazione come questa, ed è giusto che finisca aprendo la strada ai giovani. Le sconfitte dei Celtics contro gli Heat e degli Spurs contro OKC suonano tanto come un passaggio di testimone da una generazione ad un'altra. Non è il finale che molti avrebbero voluto (nemmeno il sottoscritto), ma è quello giusto.

Quella che doveva essere una Tolkieniana storia di conquiste si trasforma tutto sommato in un deludente romanzo breve. Un solo titolo per una delle squadre più competitive e talentuose di sempre che però ha pensato bene di competere con Portland nella gara agli infortunii (perdendo però miseramente). Quello che rimarrà non è certo il numero di vittorie ma la grinta e la fame che mettevano sul parquet.
Per i posteri ci sarà Rondo, un giocatore che oltre al talento ha preso l'arroganza, la grinta e la voglia di lottare del terzetto di anziani e "se mettesse insieme colazione, pranzo e cena dovrebbero fare una lega solo per lui" (cit by Buffa e Tranquillo). Sarà bello vedere le sue giocate magari affiancato da giocatori ancora atletici. Ma non è solo questo.
Per i posteri ci sarà l'immagine di Pierce che sul 2-0 contro Orlando a fine gara 2 (prima di tornare a Boston) passa sotto la curva avversaria dicendo "ci vediamo l'anno prossimo". Pierce che si carica la squadra sulle spalle e segna la tripla del 3-2 in faccia a James.
Ci sarà il ricordo di Allen che tornato da un infortunio, con percentuali pessime al tiro, si concentra e tira nel riscaldamento, anche quando salta la luce, col palazzetto spento, lui va avanti a tirare e segnare. Allen che ne segna 8-11 in finale NBA.
E ci sarà il ricordo di KG che chiama gli avversari, che prende a testate il supporto del canestro prima di ogni gara e che urla, sul maxi-schermo, prima dell'inizio delle partite al Garden. Per ricordare che non esiste più il Boston Garden ma al TD Garden la storia non cambia, chiunque entri in quel palazzetto senza essere vestito di verde deve portare rispetto e deve avere paura, anche se da una ventina d'anni non c'è più "The Legend", "it's all about proud".


Vi ho amato follemente, grazie di tutto.

Celtics spot 2012 final (il video che meglio esprime il carattere della squadra)

Big Three + One mix

Il Barone: dai sobborghi di L.A. fino a UCLA

on Mercoledì, 09 Maggio 2012. Posted in BBB Stories

Nella NBA, e non solo a ben vedere, ci sono ottimi giocatori capaci di aizzare folle e far cadere mutandine con i loro canestri, le loro cifre, il loro talento. Magari parlano poco, sorridono se c'è scritto nel contratto, ma fanno in modo che parli il campo per loro. Derrick Rose è l'esempio più eclatante. Ed invece c'è chi negli ultimi tredici anni ha fatto sì parlare il proprio talento, debordante, ma non è che questo gli abbia impedito di far discutere anche con tutto il resto: con il proprio carisma, il proprio sorriso, con il proprio abbigliamento. Ma soprattutto, con la propria barba.

Il Barone.

Se uno dei tuoi tre nomi – gli altri sono Walter e Louis – è Baron è evidente che qualsiasi cosa tu finisca per fare nella tua vita, dal netturbino al giocatore NBA, dal trafficante di banane a Dio, non puoi farlo in silenzio, senza dare fastidio a nessuno, senza farti notare. Soprattutto se cresci a Los Angeles e in uno di quei quartieri in cui se hanno bisogno di una sigaretta prima te la tirano fuori a suon di cazzotti, e poi ti dicono grazie. E' un po' come chiamarsi Marchese Marco Francesco e vivere a Quarto Oggiaro. A parte denunciare tuo padre – nel caso di Davis al massimo i nonni, dei genitori non si sa granchè e lui non ne parla di certo volentieri - per la scelta del nome, hai bisogno di una certa dose di carattere per uscirne bene. Ed il Barone ne esce bene, anche e soprattutto grazie alla sorella Lisa ed i nonni Luke e Lela Nicholson. Sì, Luke e Lela.

Infanzia difficile ma controllata dai nonni – soprattutto Lela, Luke morì nella dura lotta contro la Morte Nera ed i Sith quando Baron aveva soltanto otto anni, a quel punto il suo legame verso la nonna divenne ancora più forte e significativo – che lo incoraggiarono a frequentare una rinomatissima scuola privata piena di futuri medici ed avvocati che gli aveva offerto una borsa di studio di tipo sportivo. Era, secondo Lela, il modo migliore per levarlo dal quartiere e fargli frequentare un ambiente molto più sicuro. Allontanandolo così dagli amici con cui giocava sempre nel campetto nel cortile di casa, un campo metà di erba e metà di cemeneto, che a quanto pare lo aiutò a sviluppare il controllo di palla straordinario che si sarebbe portato appresso per tutta la carriera. Non un adattamento semplicissimo quello alla Crossroads High School – questo il nome della scuola di profumati che frequentava, ed infatti il Baron ragazzino provò a tornare a casa sua dopo il primo anno, ma la nonnina gli fece chiaramente capire che avrebbe solo dovuto provarci e ne avrebbe pagato le conseguenze - ma era talmente forte con la palla arancione in mano che tutto il resto veniva di conseguenza. Sostanzialmente una macchina da guerra: il fisico che poi avrebbe trasportato ad UCLA e successivamente in NBA era la cosa più dominante che si potesse immaginare per un playmaker. Grosso, atletico, potente, agile, coordinatissimo. Ma anche intelligente, con due testicoli grossi come la Groenlandia e con un talento tecnico clamoroso.

L'attenzione che attirò sui college e sui reclutatori era senza precedenti, la Crossroads non riusciva più a gestire le chiamate che arrivavano da persone interessate a questo talento abbacinante. Anche perchè l'ultimo anno di liceo vince praticamente tutto quello che c'è in palio, a livello di squadra e a livello personale, da svariati premi di MVP, ai tornei più disparati, fino al campionato di rubamazzo che si teneva tra la sedicesima e la trentaquattresima. Partecipò, nel tempo libero, anche al McDonald's All-American, l'equivalente dell'All Star Game per liceali – quindi avendo negli occhi i vari Rookie Challenge immaginatevi quanto possa essere straziante questo, che raggruppa ragazzi ancora più giovani ed acerbi – giocando insieme a gente come Battier, Brand, Larry Hughes e sua maestà Metta World Peace, che all'epoca aveva ancora un nome da essere umano. Trovò anche modo di stracciare tutti nella gara delle schiacciate, pur essendo il più basso a partecipare.

Si diceva della lotta spietata tra i vari college per accaparrarsi questo toro prestato al playmaking: Duke, Kansas, Michigan, Connecticut e Georgetown, praticamente tutte le più 

importanti. Ed ovviamente anche UCLA, dove lui era di casa. Scoppiò, proprio con UCLA, un mezzo scandalo quando la sorella Lisa, che nel frattempo aveva trovato lavoro proprio nella sezione dedicata all'approvvigionamento cibo dell'università, gli regalò un'auto – una Chevy Blazer del '91 - che si scoprì aver comprato dal figlio di Jim Harrick ad un prezzo inferiore 

rispetto al valore di mercato. Scattò anche un'inchiesta per possibili irregolarità nel reclutamento, andò a finire che in un modo o nell'altro la NCAA forzò le dimissioni di Harrick da coach dei Bruins a causa di una fedina – a livello sportivo – pulita quanto un cesso della stazione, promuovendo al suo posto Steve Lavin, precedente coordinatore del reclutamento del college, con cui il Barone aveva un ottimo rapporto. Questo fu l'ultimo dettaglio che lo convinse a dare la comunicazione ufficiale – in diretta prima di una sfida Clippers-Jazz - a diventare definitivamente un Bruin.


(continua)

The Final Madness di: Pietro Aradori

on Mercoledì, 25 Aprile 2012. Posted in BBB Stories

Rieccoci per il secondo giro di giostra sul carrozzone   NCAA. Lunedì vi avevamo accennato a due nomi che ce l'avrebbero spiegata in lungo e in largo su quel pazzo mondo che è il College basket. Dopo Lorenzo Neri il secondo nome è quello di Pietro Aradori.

Sì, avete sentito bene. E non è che abbiamo un vicino di casa di nome Pietro Aradori che fa il fruttivendolo in via Gramsci 21 con la passione per il basket. No, è QUEL Pietro Aradori. E se non sapete chi è avete sbagliato pagina, quella che parla di caccia e pesca con uno sguardo critico e disincantato sul taglio e cucito è più avanti, prendete la seconda a destra e chiedete di Mario.

La domanda semmai è un'altra: per quale motivo uno dei più forti giocatori in Italia che già di suo avrebbe un paio di impegni con Siena ci dovrebbe scrivere un articolo sulla NCAA?

La risposta è semplice ma non banale:

Primo: perchè glielo abbiamo chiesto. Sembra incredibile eh? E ci ha detto di si! Ecco, questo sembra ancora più incredibile. E ci ha mandato un articolo di quasi due pagine!

Secondo: perchè è un grande appassionato di College basket e tende a capirne qualcosa visto che con la palla a spicchi ci sa fare. Abbestia.

Noi del BBB non possiamo fare altro che ringraziarlo infinitamente e lasciarvi con il suo pezzo tutto da gustare!

The Final Madness

Ciao ragazzi, ieri sera mi sono guardato (in replica ovviamente) la finale del torneo NCAA: Kentucky Wildcats VS Kansas Jayhawks.

Sapevo gia chi avesse vinto ma questo non mi ha tolto il gusto di una partita splendida, vissuta e gustatafino alla fine nella splendida Mercedes-Benz Arena di New Orleans. Voglio partire proprio da qui, dal pubblico,dalla gente, dall' atmosfera, dalla festa che circonda questo fantastico evento, stiamo parlando delle final4 NCAA che sono il culmine , il punto d' arrivo della "March Madness".

74 000 spettatori , si si non è uno scherzo, proprio 74 000, non sommando le partite del weekend, ma solamente per la finale e per ognuna delle 3 partite giocate in questa immensa arena adibita per l' evento a campo da basket. Manco al rigamonti di Brescia per l' aggancio dell' europa con Baggio e Guardiola ;), ma neanche sommando tutti gli spettatori delle 8 gare di una giornata della nostra serie A di basket si riesce ad arrivare a quella cifra.

Certo, stiamo parlando del secondo evento per importanza e risonanza in tutti gli USA, dopo l' inarrivabile Superbowl, quindi la massa di gente coinvolta non può essere manco paragonata ad un ipotetica nostra. pero indubbiamente vedersi in tv un muro di persone del genere fa venire i brividi.

E arriviamo alla partita. Ha vinto kentucky, la più forte senza dubbio fin dall' inizio (ancora di piu dopo l' esclusione di Fab Melo di Syracuse per motivi accademici), ma riservo qualche dubbio sul fatto che sia la meglio allenata. Non che Calipari abbia qualcosa di cui essere rimproverato , tutt' altro, ma il talento a disposizione era nettamente superiore a tutti, anche a Kansas. Bill Self, allenatore di Kansas, ha portato i suoi ragazzi a giocare una pallacanestro quasi perfetta, se non per una stagione intera, indubbiamente per il mese finale. Con molto meno talento di Kentucky hanno messo tantissima qualità di gioco e indubbiamente più cuore.

Vorrei spendere 2 parole sui singoli e parto da Kentucky, squadra che sembra portare tutti e 5 i componenti del suo quintetto al draft NBA, lasciando capire il talento di questa squadra. Parto da quel Anthony Davis che tutti dicono sarà la prima scelta del prossimo draft. Madre Natura gli ha dato un talento fisico atletico imbarazzante: altezza, braccia, reattività e piedi veloci. Mi ha ricordato (esteticamente e come movenze, spero per lui non di testa ;) ) un mix tra Javale McGee e Kevin Garnett. Ovviamente parlo di potenziale perchè oltre all' impressionante presenza fisica in mezzo all' area (stoppate, rimbalzi e intimidazione) in finale ha mostrato molte lacune e difficoltà che nel mondo dei pro, possono accentuarsi (vedi palle perse e tiro). Gli altri 2 giocatori che mi hanno impressionato sono stati Michael Kidd-Gilchrist, grandissima potenza fisica per essere un esterno e soprattutto Thomas Robinson. quest ultimo, a mani basse, è stato il mio giocatore preferito per il cuore, la grinta, la capacità di far canestro dentro l' area e l' atletismo che tira fuori in ogni partita. Sembra un giocatore che non muore mai e io personalmente amo chi è duro a morire. Poi ci sono altri 6-7-8 giocatori che se non troveranno spazio in NBA hanno tutte le possibilta per costruirsi una solida carriera europea. 

Per concludere vorrei fare una riflessione: prendiamo Kentucky, la vincitrice giusto ?? Un' università vero ?? Quindi proviamo a paragonarla ad una delle migliori universita italiane, quindi anche con un certo programma sportivo, si immagina. La Bicocca può andare ?? La Sapienza di Roma ?? Come finirebbe ?? Dai non si inizia neanche a parlarne. Il problema sta a monte e cioè il valore che si da allo sport nella nostra società e quindi la pallacanestro in questo caso. Negli USA lo sport ha il massimo dell' importanza e lo sforzo, se cosi lo vogliamo chiamare, paga, perchè una nazione intera si ferma. Mentre in italia una situazione del genere ce la sognamo ed e un peccato, perchè è il sistema che funziona in maniera opposta. Non iniziamo neanche quella partita ma... tutto ciò a me fa riflettere, perche amo lo sport e ancora di piu il basket,

ciao ragazzi ci si sente presto...

Pietro Aradori

Le Idi di Marzo

on Lunedì, 23 Aprile 2012. Posted in BBB Stories

Premessa 1: Settimana prossima iniziano i playoffs NBA. La regular season è a un passo dal termine e le nostre previsioni su chi porterà a casa l’anello sono in fase di elaborazione.

Premessa 2: Il mese scorso c’è stata quella che dall’altra parte dell’oceano è nota come March Madness, ovvero il torneo NCAA, e tutto quello che ne comporta, ovvero follia, lacrime e deliri di massa.

Premessa 3: Chi vi scrive segue qualcosina di College, ma decisamente troppo poco per mettere insieme un articolo che possa anche solo vagamente riuscire a catturare la vostra attenzione, quindi abbiamo alzato la cornetta e chiesto ad un paio di amici esperti di raccontarci quello che è stato il mese più pazzo dell’anno.

Il primo è Lorenzo Neri, adoratore del college basket e curatore di Draftology, sito sui futuri prospetti NBA che la spiega in lungo e in largo, che ha scritto questo primo pezzo solo per la nostra gioia.

Il secondo nome ve lo sveleremo in settimana, vi basti sapere che di basket ne capisce abbastanza visto che ci gioca. Nella squadra più forte d’Italia.

Quindi, bando alle ciance e buona lettura gente! 


Le Idi di Marzo 

Marzo è un gran mese dal punto di vista meteorologico, quest’anno soprattutto ha spento i freddi ancor prima rispetto al canonico 21 marzo che dà inizio alla primavera (che poi ce li stia rendendo in questi giorni è un dettaglio, bastardo, ma sempre un dettaglio).

Verrebbe quasi da ringraziare la Nba per il modo in cui ci dà la possibilità di godere di queste giornate viste l’inguardabilità di certe partite dopo la pausa dell’All Star Game, quasi come il sabato del villaggio leopardiano che regala un momento di allegria prima della bufera fatta di lotta per i playoff, playoff stessi e perché no, becero tanking.

C’è però chi a marzo vira verso un altro tipo di pallacanestro sempre d’oltreoceano, ma un po’ meno tecnica, talentuosa e volgarmente spettacolare che manda comunque a donne di facili costumi quella vita sociale a cui bisogna dar atto di essere credibile quanto lo può essere un sorriso di Dwight Howard verso Stan Van Gundy in questo periodo.

Ovviamente si parla di NCAA e di March Madness ed il sottoscritto ne è probabilmente uno dei casi più disperati dello stivale. Però non se ne riesce a fare a meno, vista la quantità di storie che si raggruppano durante l’anno e principalmente in questo mese, dove la maggior parte delle luci si voltano verso la pallacanestro collegiale.

Quest’anno non ha fatto certo difetto, partendo chiaramente dal fatto che le partite win or go home serbano sempre qualche sorpresa…

 

Come rovinarsi una stagione in 40 minuti

…e di fatti nel mondo collegiale si ha la vera e propria essenza del termine upset, ovvero quando Davide (stavolta senza fionda) batte Golia (armato), con piccoli atenei che trovano la partita della vita e vengono incensati a livello nazionale nelle loro attimo di celebrità.

Ovviamente c’è anche il rovescio della medaglia con squadre che si aspettavano una gran cavalcata finale dopo una stagione più che positiva e che invece si trovano disarcionati già nel momento in cui provano a salire sopra il puledro.

Per info basta andare a chiedere a Missouri e Duke. La prima ha anche giocato una gran partita ma si è trovata di fronte una Norfolk State (chiiii?) agguerrita guidata dal califfissimo (in puro stile bazèrbiter) Kyle O’Quinn, 210 cm di uomo e di sorriso, come quello sfoggiato a fine partita.

I Blue Devils invece si sono arresi a Lehigh (chiiiiiiiii?) dopo una partita inguardabile da parte dei ragazzi del coach di origine polacca dal cognome impronunciabile (uno di quelli da google-wikipedia-copia-incolla) facilmente distinguibile come K.

Un santone saltato, altri due invece che di strada ne hanno fatta. 

The Jersey Shore Classic

Meravigliosa definizione (non mia ma di Sorush 

Kavoosian) che descrive in maniera inappuntabile la sfida tra due coach ben conosciuti come John Calipari e Rick Pitino. Italoamericani rileccati di brillantina fino all’ultimo capello tali da far sembrare Pianigiani un pivellino, comportamenti polemici ad ogni chiamata arbitrale come se li avessero offesi personalmente tali da far sembrare Pianigiani un dilettante, convinti nei loro credi cestistici fino alla morte tali da far sembrare Pianigiani uno scolaretto.

Insomma, oltre ad essere la versione migliorata del coach della nostra nazionale, i due sono anche una delle più belle rivalità nel mondo della pallacanestro nonostante uno (Calipari) sia allievo dell’altro. Non si sopportano, non si parlano, sono gelosi ed ambiziosi, uno fa il passo dell’altro tanto che Kentucky è una panchina che hanno occupato entrambi e la Nba l’hanno toccata con risultati rivedibilissimi. Anche questo per non essere da meno l’uno con l’altro.

Si sono ritrovati in semifinale, Pitino alla guida di Louisville e Calipari con la sua Kentucky (guarda caso due college molto rivali) che poi porterà alla vittoria.

Eh sì, perché stavolta Calippo ha l’arma segreta….

 

Il monociglio

Ma se lo taglierà quando arriva in Nba? Non si sa, fatto sta che Anthony Davis ad un certo punto della stagione era più famoso per quel cespuglio modello Zio Bergomi d’annata che per la sua naturalezza in campo ed in difesa che gli hanno permesso di fare lo sweep (sì, li ha vinti tutti) di premi a livello nazionale e di Conference.

L’occhio vuole la sua parte ma in tal caso il fato non è stato clemente con i nostri bulbi oculari, regalandoci oltre a quella peluria inaspettata anche un set di denti che sembrano esser messi dal peggior giocatore di Allegro Chirurgo della storia.

Ma quando la regia invece dell’inquietante primo piano ci regala un campo lungo notiamo questo fenicottero dai grandi istinti e dalla grande concretezza, con un potenziale che potrebbe avere le forme di un Kevin Garnett simpatico (un po’ come se Aigor avesse portato al professor Frankestin il cervello giusto), finisher difensivo di livello già eccelso e molto probabilmente finisher anche della corsa per la numero uno al prossimo draft, dove sembra averci poggiato una bella parte di quel monociglio come per tenersi il posto. Alla fine l’orrido primo piano, con Stern accanto, ci ritocca a giugno. 

Il talento incompreso

Il monociglio nel secondo turno aveva però trovato pane per i suoi denti in un giocatore che è stato troppo sottovalutato per il grande lavoro fatto durante la stagione e per i traguardi che ha fato raggiungere alla sua squadra: Royce White.
Un playmaker di 205 centimetri per 110 chili o un centro con il ballhandling di un piccolo, definitelo come vi pare che tanto il giocatore degli Iowa State Cyclones di Fred Hoiberg (sì, quel Fred Hoiberg, the mayor) si può definire veramente in tantissimi modi, visto che sa passare e palleggiare divinamente, lottare a rimbalzo, giocare in post accingendo ad un gran lavoro di piedi e spalle, guidare l’azione e finirla. La versatilità a livelli goderecci, tanto da primeggiare nella squadra per punti, rimbalzi, assist e palle rubate.

Ma come mai allora non si legge così spesso di un talento del genere? Ha qualche problema? Ecco, qualche sarebbe già positivo.

Il ragazzo soffre di disturbi ossessivo-compulsivi, sociofobia, attacchi di panico, ha paura di volare ed in passato ha avuto grossi problemi con la legge con furtarelli che gli hanno compromesso l’eleggibilità a Minnesota due anni fa, tanto che aveva pensato di smettere con la pallacanestro.

Fortunatamente non l’ha fatto ed è tornato, ha giocato una stagione coi fiocchi ed ora arriva in pompa magna al Draft, continuando a rubare… sì, il cuore agli appassionati che lo vedono giocare.

Piedone l’africano

Nel continente nero… paraponziponzi… no dai facciamo i seri.

Partiamo da Kember, Senegal e troviamo un ragazzone, Gorgui Dieng, vuole fare il calciatore, ma è troppo alto. Lo portano a vedere la pallacanestro e, come succede nei film con fenomeni inaspettati o cani con le sneaker, se ne innamora e fa una grande prestazione in una delle prime partite serie in cui gioca. La partita era all’interno di un clinic di ‘Basketball Without Borders’ ed ovviamente gli allenatori americani presenti trovano il modo per portarlo in America nonostante sappia tre parole in croce di inglese (di contro conosce benissimo francese e italiano e il suo, il Wolof).

Don’t worry, il ragazzo ha una capacità di comprensione (culturale, linguistica, cestistica) incredibile e si adatta dopo pochi mesi, fa innamorare Pitino che lo porta a Louisville senza pensarci due volte.

Rimane deluso quando la squadra si fa buttar fuori al primo turno come quelle di cui si parlava nel primo capitolo di questo pezzo (ma come? abbiamo già finito?) e torna l’anno dopo con una grande stagione in crescendo in cui gli propongono anche l’entrata in Nba, facendogli notare che per essere un secondo anno è un po’ su con l’età (22 anni).
La reazione è di quelle che fanno innamorare ancor di più gli amanti degli sport universitari:

-Veramente io avrei ancora due anni e quella laurea mi interessa, mi sono promesso che andrò in Nba e lo farò, ma prima devo essere un modello per tutti.

Lacrime, troppi prospetti usano il college come passaggio intermedio per il professionismo e si allontanano quando sentono puzza di presidenti spirati, leggere parole del genere fanno proprio bene. In quattro lingue differenti.

Lorenzo Neri