Le Idi di Marzo
Premessa 1: Settimana prossima iniziano i playoffs NBA. La regular season è a un passo dal termine e le nostre previsioni su chi porterà a casa l’anello sono in fase di elaborazione.
Premessa 2: Il mese scorso c’è stata quella che dall’altra parte dell’oceano è nota come March Madness, ovvero il torneo NCAA, e tutto quello che ne comporta, ovvero follia, lacrime e deliri di massa.
Premessa 3: Chi vi scrive segue qualcosina di College, ma decisamente troppo poco per mettere insieme un articolo che possa anche solo vagamente riuscire a catturare la vostra attenzione, quindi abbiamo alzato la cornetta e chiesto ad un paio di amici esperti di raccontarci quello che è stato il mese più pazzo dell’anno.
Il primo è Lorenzo Neri, adoratore del college basket e curatore di Draftology, sito sui futuri prospetti NBA che la spiega in lungo e in largo, che ha scritto questo primo pezzo solo per la nostra gioia.
Il secondo nome ve lo sveleremo in settimana, vi basti sapere che di basket ne capisce abbastanza visto che ci gioca. Nella squadra più forte d’Italia.
Quindi, bando alle ciance e buona lettura gente!
Le Idi di Marzo
Marzo è un gran mese dal punto di vista meteorologico, quest’anno soprattutto ha spento i freddi ancor prima rispetto al canonico 21 marzo che dà inizio alla primavera (che poi ce li stia rendendo in questi giorni è un dettaglio, bastardo, ma sempre un dettaglio).
Verrebbe quasi da ringraziare la Nba per il modo in cui ci dà la possibilità di godere di queste giornate viste l’inguardabilità di certe partite dopo la pausa dell’All Star Game, quasi come il sabato del villaggio leopardiano che regala un momento di allegria prima della bufera fatta di lotta per i playoff, playoff stessi e perché no, becero tanking.
C’è però chi a marzo vira verso un altro tipo di pallacanestro sempre d’oltreoceano, ma un po’ meno tecnica, talentuosa e volgarmente spettacolare che manda comunque a donne di facili costumi quella vita sociale a cui bisogna dar atto di essere credibile quanto lo può essere un sorriso di Dwight Howard verso Stan Van Gundy in questo periodo.
Ovviamente si parla di NCAA e di March Madness ed il sottoscritto ne è probabilmente uno dei casi più disperati dello stivale. Però non se ne riesce a fare a meno, vista la quantità di storie che si raggruppano durante l’anno e principalmente in questo mese, dove la maggior parte delle luci si voltano verso la pallacanestro collegiale.
Quest’anno non ha fatto certo difetto, partendo chiaramente dal fatto che le partite win or go home serbano sempre qualche sorpresa…
Come rovinarsi una stagione in 40 minuti
…e di fatti nel mondo collegiale si ha la vera e propria essenza del termine upset, ovvero quando Davide (stavolta senza fionda) batte Golia (armato), con piccoli atenei che trovano la partita della vita e vengono incensati a livello nazionale nelle loro attimo di celebrità.
Ovviamente c’è anche il rovescio della medaglia con squadre che si aspettavano una gran cavalcata finale dopo una stagione più che positiva e che invece si trovano disarcionati già nel momento in cui provano a salire sopra il puledro.
Per info basta andare a chiedere a Missouri e Duke. La prima ha anche giocato una gran partita ma si è trovata di fronte una Norfolk State (chiiii?) agguerrita guidata dal califfissimo (in puro stile bazèrbiter) Kyle O’Quinn, 210 cm di uomo e di sorriso, come quello sfoggiato a fine partita.
I Blue Devils invece si sono arresi a Lehigh (chiiiiiiiii?) dopo una partita inguardabile da parte dei ragazzi del coach di origine polacca dal cognome impronunciabile (uno di quelli da google-wikipedia-copia-incolla) facilmente distinguibile come K.
Un santone saltato, altri due invece che di strada ne hanno fatta.
The Jersey Shore Classic
Meravigliosa definizione (non mia ma di Sorush
Kavoosian) che descrive in maniera inappuntabile la sfida tra due coach ben conosciuti come John Calipari e Rick Pitino. Italoamericani rileccati di brillantina fino all’ultimo capello tali da far sembrare Pianigiani un pivellino, comportamenti polemici ad ogni chiamata arbitrale come se li avessero offesi personalmente tali da far sembrare Pianigiani un dilettante, convinti nei loro credi cestistici fino alla morte tali da far sembrare Pianigiani uno scolaretto.
Insomma, oltre ad essere la versione migliorata del coach della nostra nazionale, i due sono anche una delle più belle rivalità nel mondo della pallacanestro nonostante uno (Calipari) sia allievo dell’altro. Non si sopportano, non si parlano, sono gelosi ed ambiziosi, uno fa il passo dell’altro tanto che Kentucky è una panchina che hanno occupato entrambi e la Nba l’hanno toccata con risultati rivedibilissimi. Anche questo per non essere da meno l’uno con l’altro.
Si sono ritrovati in semifinale, Pitino alla guida di Louisville e Calipari con la sua Kentucky (guarda caso due college molto rivali) che poi porterà alla vittoria.
Eh sì, perché stavolta Calippo ha l’arma segreta….
Il monociglio
Ma se lo taglierà quando arriva in Nba? Non si sa, fatto sta che Anthony Davis ad un certo punto della stagione era più famoso per quel cespuglio modello Zio Bergomi d’annata che per la sua naturalezza in campo ed in difesa che gli hanno permesso di fare lo sweep (sì, li ha vinti tutti) di premi a livello nazionale e di Conference.
L’occhio vuole la sua parte ma in tal caso il fato non è stato clemente con i nostri bulbi oculari, regalandoci oltre a quella peluria inaspettata anche un set di denti che sembrano esser messi dal peggior giocatore di Allegro Chirurgo della storia.
Ma quando la regia invece dell’inquietante primo piano ci regala un campo lungo notiamo questo fenicottero dai grandi istinti e dalla grande concretezza, con un potenziale che potrebbe avere le forme di un Kevin Garnett simpatico (un po’ come se Aigor avesse portato al professor Frankestin il cervello giusto), finisher difensivo di livello già eccelso e molto probabilmente finisher anche della corsa per la numero uno al prossimo draft, dove sembra averci poggiato una bella parte di quel monociglio come per tenersi il posto. Alla fine l’orrido primo piano, con Stern accanto, ci ritocca a giugno.
Il talento incompreso
Il monociglio nel secondo turno aveva però trovato pane per i suoi denti in un giocatore che è stato troppo sottovalutato per il grande lavoro fatto durante la stagione e per i traguardi che ha fato raggiungere alla sua squadra: Royce White.
Un playmaker di 205 centimetri per 110 chili o un centro con il ballhandling di un piccolo, definitelo come vi pare che tanto il giocatore degli Iowa State Cyclones di Fred Hoiberg (sì, quel Fred Hoiberg, the mayor) si può definire veramente in tantissimi modi, visto che sa passare e palleggiare divinamente, lottare a rimbalzo, giocare in post accingendo ad un gran lavoro di piedi e spalle, guidare l’azione e finirla. La versatilità a livelli goderecci, tanto da primeggiare nella squadra per punti, rimbalzi, assist e palle rubate.
Ma come mai allora non si legge così spesso di un talento del genere? Ha qualche problema? Ecco, qualche sarebbe già positivo.
Il ragazzo soffre di disturbi ossessivo-compulsivi, sociofobia, attacchi di panico, ha paura di volare ed in passato ha avuto grossi problemi con la legge con furtarelli che gli hanno compromesso l’eleggibilità a Minnesota due anni fa, tanto che aveva pensato di smettere con la pallacanestro.
Fortunatamente non l’ha fatto ed è tornato, ha giocato una stagione coi fiocchi ed ora arriva in pompa magna al Draft, continuando a rubare… sì, il cuore agli appassionati che lo vedono giocare.
Piedone l’africano
Nel continente nero… paraponziponzi… no dai facciamo i seri.
Partiamo da Kember, Senegal e troviamo un ragazzone, Gorgui Dieng, vuole fare il calciatore, ma è troppo alto. Lo portano a vedere la pallacanestro e, come succede nei film con fenomeni inaspettati o cani con le sneaker, se ne innamora e fa una grande prestazione in una delle prime partite serie in cui gioca. La partita era all’interno di un clinic di ‘Basketball Without Borders’ ed ovviamente gli allenatori americani presenti trovano il modo per portarlo in America nonostante sappia tre parole in croce di inglese (di contro conosce benissimo francese e italiano e il suo, il Wolof).
Don’t worry, il ragazzo ha una capacità di comprensione (culturale, linguistica, cestistica) incredibile e si adatta dopo pochi mesi, fa innamorare Pitino che lo porta a Louisville senza pensarci due volte.
Rimane deluso quando la squadra si fa buttar fuori al primo turno come quelle di cui si parlava nel primo capitolo di questo pezzo (ma come? abbiamo già finito?) e torna l’anno dopo con una grande stagione in crescendo in cui gli propongono anche l’entrata in Nba, facendogli notare che per essere un secondo anno è un po’ su con l’età (22 anni).
La reazione è di quelle che fanno innamorare ancor di più gli amanti degli sport universitari:
-Veramente io avrei ancora due anni e quella laurea mi interessa, mi sono promesso che andrò in Nba e lo farò, ma prima devo essere un modello per tutti.
Lacrime, troppi prospetti usano il college come passaggio intermedio per il professionismo e si allontanano quando sentono puzza di presidenti spirati, leggere parole del genere fanno proprio bene. In quattro lingue differenti.
Lorenzo Neri
