Where mediocrity happens: 2003
Vabbe', siamo arrivato ad una delle puntate di questa rubrica più importanti in assoluto. Forse LA puntata. E non c'è bisogno nemmeno di dirvi il perchè.
Un draft che trasuda più talento di Galeazzi sotto il sole a quaranta gradi, parliamo di quello di LeBron, Carmelo, Wade, Bosh. Ma anche di David West alla 18, Josh Howard alla 29, Perkins alla 27, Barbosa alla 28. O Mo Williams alla 47 e Korver alla 51.
Insomma, un draft dove pescare un fottuto bidone diventa ancora più criminale che negli altri.
Ma soprattutto parliamo di LUI. Il Messia, colui che illumina il nostro cammino ogni volta che ci sentiamo soli, smarriti. Ed ogni volta che abbiamo bisogno di minacciare di violenze sessuali le figlie e le mogli di arbitri internazionali, in diretta mondiale.
Naturalmente stiamo parlando di...
Darko Milicic (2)
Ok, probabilmente meglio di così non si potrà mai fare. Gustatevi questo momento, assaporatene l'epicità. Già scegliere un bidone indegno in posizioni altissime è un delitto, ma se lo fai in un draft in cui se peschi male tiri fuori uno che per sbaglio finisce all'All Star Game diventa punibile con l'ergastolo o una visione obbligata del gioco a metà campo dei Wizards. E' per questo che quella di Milicic è forse la scelta più sbagliata della storia, o qualcosa di molto vicino. Joe Dumars, uno che comunque quello stesso anno vinse il titolo da dirigente e che fece mille altri movimenti azzeccatissimi, se la porterà nella tomba, questa scelta. Il buon Darko ha mostrato alcuni lampi invidiabili, in ogni caso. Di clamorosa idiozia. Detto della minaccia di violenze alle donne di Facchini davanti alla telecamera, impossibile non citare il momento in cui si è letteralmente strappato la canotta. Sarebbe anche un buon giocatore, se non fosse per quel piccolissimo e trascurabile problema che farebbe sembrare Jack lo Squartatore una scolaretta con l'acne.
Michael Sweetney (9)
Giusto recentemente è uscita la sua foto con la maglia della squadra portoricana per cui aveva giocato anche il Trattore (RIP sempre e comunque). O meglio, la foto del ciccione che si è mangiato Sweetney. Obeso da far paura, che dà una risposta di cosa non abbia funzionato nella sua carriera. Già all'entrata in NBA aveva questo piccolo problema che si sarebbe mangiato la Groenlandia, anche cruda, però fisicamente era ancora più che presentabile. E infatti il primo anno in NBA è stato meglio di molti altri giocatori poi diventati di ottimo livello. Da lì in poi è stato un lento ma inesorabile declino verso l'affogo zuccherino. Esce dalla NBA con la stessa velocità con cui divora una confezione di Kinder Delice, e dopo due anni di inattività ci riprova, ma a quel punto per girargli intorno bisogna prendere il bus numero cinque. La foto di dove gioca ora l'avete vista, nel mezzo un buon numero di squadre il cui nome dichiara apertamente che da quelle parti si gioca a tutto meno che a basket.
Marcus Banks (13)
Scelta che puzzava più dei piedi di Dwight Howard dopo tre ore di corsa già all'epoca del draft. Scelto da Memphis ma girato immediatamente a Boston, ci rimane due anni comunque vedendo il campo con regolarità, che sarebbe già una notizia. Poco dopo l'inizio del terzo anno finisce a Minnesota dove tira su 12 punti di media in quaranta partite. Era nato un ottimo giocatore? Forse in Costa Rica, non da quelle parti. Da quel momento cambia squadre con frequenza maggiore della generosità vaginale di una pornostar, ed è talmente apprezzato che l'ultimo domicilio NBA, New Orleans, non l'ha mai fatto scendere in campo in più di mezza stagione. Così, giusto per dire. Sbarca il lunario in NBDL.
Recee Gaines (15)
Questo magari chi è appassionato di Serie A lo conosce anche benino. Scelto da Orlando perchè rappresentava un potenziale playmaker di quasi due metri e cento chili, peccato si siano accorti in brevissimo tempo che in una classifica di professionisti irreprensibili, lui annaspava per non retrocedere. Anche il fatto di essere consistente in difesa quanto DeAndre Jordan dalla linea del tiro libero non ha aiutato, per la sua carriera. Tre anni completamente nulli in NBA, poi finisce in Italia. Prima Biella, poi Treviso e Milano, poi ancora Biella. Bene il primo anno, negli altri lampi di talento e molto più spesso lampi di idiozia. Anzi, temporali veri e propri. Da quel momento la sua carriera prende una prevedibilissima piega terrificante, tra NBDL e nazioni tragiche.
Troy Bell (16)
Chi scrive – come tutti gli altri blogger del BBB meno uno – è di Cremona, quindi parlare del suddetto Troy in questa rubrica fa male. Però a conti fatti è stata una scelta più fallimentare della Parmalat. Forse perchè è una guardia senza doti di playmaking di un metro e ottantacinque, grossa ma non grossissima ed atletica ma non troppo. Ma forse eh. A Boston College ingravidava le cheerleader solo guardandole, segnava da seduto, sdraiato e mentre scaricava la grossissima, ma si parla pur sempre del Boston College. La sua carriera in NBA dura la cifra sconvolgente di sei partite. Sei. Scelto alla sedici. Ci prova col Real Madrid giocando quattro partite, poi viene in Italia. E lì comincia a spiegarla. Biella, Casale Monferrato, Cremona – dove tutt'ora, fidatevi di chi ci ha lavorato a fianco per un anno, è considerato l'americano migliore della storia non a torto, nonostante siano passati di lì anche Langford, Von Wafer e Forbes – Reggio Emilia, Sant'Antimo, dove sta provando nel miracolo di tenerli in Legadue. E ci sta pure riuscendo, a suon di trentelli. In una squadra che prima di lui aveva come maggiore preoccupazione il ristorante in cui andare a mangiare dopo la sconfitta. Ma soprattutto: pugile semiprofessionista nel tempo libero, cantante di quelli smielati e vagamente femminei di R&B che però coccan più fighe di Villa Certosa, protagonista di video erotici con strappone dal fondoschiena che finisce a Cesena nord, eccetera eccetera. Califfo col secondo che arriva trentanovesimo per pietà.
Zarko Cabarkapa (17)
Ennesimo esemplare appartenente alla schiera di europei alti, longilinei, coordinati e che inesorabilmente non avevano ancora dimostrato una beneamata sega. Il primo anno, ai Suns, fece vedere fin da subito qual era la sua specialità, che lo metteva su un piano migliore degli altri: farsi del male. Gioca mezza stagione facendo vedere pochino, la stagione successiva viene spedito a Golden State per un caffè macchiato ed una brioche alla crema – han provato a chiedere quella al cioccolato ma erano finite - ma anche lì in un anno e mezzo finisce per passare un ragguardevole tempo in infermeria. Nel 2006 la sua carriera NBA era già finita, e di fatto non solo quella. La gara successiva la gioca nel Buducnost Podgorica – la squadra dove giocava prima di andare in NBA – il 18 gennaio 2009. Ormai è ufficialmente ritirato.
Zoran Planinic (22)
All'ingresso in NBA piace un sacco per la sua capacità di fare il playmaker nonostante i due metri d'altezza. Quello che molto spesso i dirigenti NBA dimenticano è che se uno fa il playmaker a 2 metri d'altezza ed è pure bianco, significa che con ogni probabilità da qualche altra parte ha lacune più grosse del vuoto pneumatico della testa di Javale McGee. Vitali who?
Ai Nets gioca tre stagioni, con qualche sprazzo carino e poco più. Poi ha l'epifania: perchè stare lì a giocare dieci minuti a partita quando in Europa trovo fior fior di squadre disposte a farmi giocare ai massimi livelli? Detto fatto: Tau, CSKA, Khimki. Chiamatelo scemo.
Brian Cook (24)
Prima di tutto i dati che potrebbero fuorviare: è ancora in NBA, dopo otto anni. E...basta, non mi viene in mente nient'altro. Nel caso vi capiti di vedere annunci in giro con scritto: lungo di 2,06 che sa tirare da fuori, non sporca, si lava da solo e scodinzola quando gli date uno zuccherino, è facile che sia lui. E dice “sa tirare” e non “sa ANCHE tirare” per un motivo. Il suo momento di gloria consiste in un anno ai Lakers a 19 minuti di media. Il suo career high, e non di poco. Per il resto, un fuoriclasse assoluto quando c'è da scaldare con professionalità le nervature lignee della panchina.
Ndudi Ebi (26)
Altra conoscenza del basket italiano, venne preso quand'era appena uscito dal Liceo, uno di quei progetti su un corpicino costruito apposta per giocare a basket. Peccato che nel progetto si fossero dimenticati di inserire il cervello. In due stagioni a Minnesota gioca diciannove partite, quelle che solitamente si giocano in quattro giorni, dopodichè comincia a girovagare. L'Italia è la destinazione più dignitosa, prima Ferrara in Serie A, poi Rimini ed Imola in Legadue. Si dimostra capace di prendere più rimbalzi dei neuroni che ha in testa, ma si dimostra altresì capace di litigare con giocatori, allenatori, preparatori, inservienti e per finire anche con la decenza. Adesso è da qualche parte in quegli stati in cui se fai vedere la boccia arancione urlano stupiti.
E' tutto, le puntate precedenti, come al solito, le potete trovare qui

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Mattia Danesi