I vagabondi di Rochester

Non posso sicuramente dire di essere un intenditore di musica Jazz, però ogni tanto mi capita di ascoltare Louis Armstrong, Charlie Parker, Miles Davis o di guardare una partita dei Sacramento Kings di inizio millennio.
Mi rendo conto che il paragone possa apparire forzato, dal momento che si parla di uno dei generi musicali più complessi in assoluto, tuttavia le caratteristiche fondamentali di questo stile comparivano chiaramente in quella squadra.
Wikipedia per spiegare in due parole il genere (mi rendo conto che per un musicista sia ai limiti della bestemmia e di questo mi scuso) scrive che "le sue caratteristiche peculiari sono l'uso intenso di improvvisazione, il ritmo swing spesso sincopato, la poliritmia e il tono malinconico dato dall'uso delle blue note".
Partiamo dal ritmo: avendo in squadra un giocatore come Predrag Stojaković, uno dei migliori tiratori di sempre, si penserebbe ad una ritmicità lineare; in realtà Predrag potrebbe essere considerato il metronomo del team mentre a dare lo swing (letteralmente il dondolamento) sincopato (cambiamento di ritmo attraverso lo spostamento dell'accento ritmico della battuta, uno spostamento dal tempo forte al tempo debole) c'era Jason "White Chocolate" Williams, per chi non lo sapesse il soprannome arriva dal fatto che pur essendo bianco era spettacolare come un nero... cosa ci volete fare, sono americani.
Quello che potendo scegliere preferiva un "comodo" passaggio con triplo salto carpiato e doppio avvitamento, rischiando di concedere contropiedi in campo aperto, ad un passaggio consegnato (storico il passaggio di gomito che fece al rookie challange checommentò tranquillamente dicendo "l'ho fatto così tutti voi non mi chiederete mai più di rifarlo").
E con lui si arriva direttamente all'improvvisazione, fattore presente sia nelle giocate del singolo che nella filosofia di squadra, tanto da non avere schemi! No, non servivano, si giocava e si aspettava di vedere dove avrebbe portato l'azione (che solitamente era una chioda di C. Webb o una bomba di Stojaković).
Per quanto riguarda la poliritmia si pensi al contrasto che si creava in campo tra la coppia Williams-Webber (scenografici come nessun altro al tempo) e la coppia Stojaković-Divac (tecnici e metodici come pochi).
Arriviamo in fine alla "blue note", il valore aggiunto della musica jazz, quella sorta di malinconia che viene creata e che rende questo genere tanto particolare. Ecco la blue note per questa Sacramento eraprobabilmente l'assenza di vittorie, se avesse vinto sarebbe ricordata "semplicemente" come una squadra fortissima ma
l'esserci andata così vicina ha generato i vari "ma...", "e se..." che hanno reso gli amanti di quel gioco nostalgici. Personalmente sono uno di quelli.
Tutto ciò assume un significato ancora più forte se contestualizzato, infatti stiamo parlando di una squadra particolare, che esiste da quando è nata l'NBA ma ha fatto fatica a trovare una casa e ha vagabondato parecchio.
I Sacramento Kings non nascono in California e non nascono come Kings, nascono con il nome di Seagram, a Rochester, perchè sponsorizzati dall'omonima compagnia di distillazione, primo motivo per amarli e primo segnale del genere di califfi che faranno la storia della franchigia.
Iniziarono nella BAA, approdarono in NBA con la fusione fra BAA e NBL e vinsero il loro primo (ed unico ad oggi) titolo nel 1951 come Rochester Royals.
Da questo momento fino all'85 la franchigia si trasferì a Cincinnati e a Kansas city vedendo passare dal suo roster giocatori incredibili quali Oscar Robertson (vinse il titolo appena si trasferì ai Bucks), Jerry Lucas, Nate Archibald e San Lacey; ma nonostante ciò riuscirono esclusivamente ad arrivare ad una finale di conference nei primi anni '80.
Dopo il crollo del tetto della Kamper Arena, (Kansas City) i proprietari decisero di vendere nuovamente la franchigia a Sacramento per la ridicola cifra di 11 milioni di dollari.
Dall'85 al '96 la squadra ebbe un andamento crescente che portò i Kings al raggiungimento dei playoff; Il pubblico di Sacramento era caldissimo, tanto che i Kings ebbero il 60% di vittorie casalinghe (pubblico che sarà sempre particolarmente legato alla squadra, tanto che nel
tempo verrà ritirata la maglia numero 6 che indica il sesto uomo in campo, il palazzetto).
Arriviamo così alla squadra di cui sopra, squadra che aveva finalmente trovato un luogo di appartenenza.
Un team che non poteva non affascinare il pubblico sia per il gioco in campo che per il tipo di personaggi (Vlade "Marlboro Man" Divac, considerato il miglior centro passatore della storia, all'intervallo pensava bene di fumarsi una siga in spogliatoio, giusto per fare un esempio... no non sto scherzando, sì califfo).
Nel 2001 decisero anche di provare davvero a vincere e diedero via (sigh) J. Will, scambio necessario per avere più sicurezza, ma portarono a casa Mike Bibby (perfetto per una squadra del genere in quanto closer notevole ed egregio realizzatore di pick and roll, cosa che andava particolarmente a genio ai due lunghi) e Doug Christie (guardia tiratrice e soprattutto ottimo difensore). A quadrare il cerchio uscivano dalla panchina un ottimo giocatore quale Bobby Jackson (2 anni dopo fu il sesto uomo dell'anno) e 2 califfi clamorosi quali Scot Pollard ed un inguardabile Hedo Turkoglu ossigenato. Ci sarebbe anche Gerald Wallace come rookie ma i suoi primi 3 anni non furono particolarmente eclatanti.
Nonostante tutto si infransero contro i Lakers di Shaq e Kobe, o forse sarebbe il caso di dire di Robert Horry nello specifico, in finale di conference. Una sconfitta bruciante a gara 7 dopo che i Lakers pareggiarono la serie (2-2) in una partita dominata dai Kings; ma a 2 secondi dalla fine, sul 99-97, Divac spazza via il pallone dopo un layup sbagliato da shaq e la palla decide di finire tra le mani di Horry, tutto il resto è storia come si dice.
La serie più bella degli ultimi 10 anni, una delle più belle di sempre.
Dall'anno dopo inizia il declino, Webber si infortuna il ginocchio gravemente e la squadra poco alla volta si sgretola.
Quel team è irripetibile, però i Kings avevano finalmente una casa ed un pubblico affezionato.
Questo pubblico rimarrà sempre legato alla squadra nonostante gli anni successivi di buio che durarono fino al 2009 quando inizia la rinascita.
In 3 anni i Kings hanno creato una squadra
giovanissima e con un potenziale mostruoso, ovviamente il problema è il solito: la gestibilità dei giocatori.
Per avere un'idea più chiara andiamo con ordine.
Tyreke Evans, classe '89 e talento mostruoso, rookie dell'anno nel 2010 tenendo medie simili a quelle di LeBron James al suo primo anno: il 31 maggio 2010 viene fermato dalla polizia per eccesso di velocità (210 km/h) su una strada sempre molto affollata mentre gareggiava con un'altra automobile. Ah aggiungete che durante l'estate 2011 non aveva esattamente mantenuto il suo peso forma allenandosi (probabilmente perchè se non fosse finito il lockout sarebbe venuto a Roma e quindi non pensava fosse necessario).
Passiamo al secondo elemento di spicco, dentro e fuori dal campo, DeMarcus Cousin, classe '90 e anche qui talento infinito.
Al suo primo anno (2010) mostra movimenti in post incredibili e una fisicità mostruosa, il problema è che non scommetterei sulla sua vittoria in una gara fra QI nemmeno se gli avversari fossero DeAndre Jordan e Javale McGee. Litiga diverse volte con lo staff dei Kings ed è difficilmente gestibile dagli allenatori.

Poi abbiamo giocatori come Marcus Thornton, J.J. Hickson, Isaiah Thomas e Jimmer Fredette (in ordine di primavere) la cui età media è di 24 anni e che stanno dimostrando o possono dimostrare moltissimo. I primi 2 hanno fatto vedere negli ultimi anni delle buone cose, soprattutto mostrando degli enormi margini di miglioramento. Gli ultimi sono rookie, quindi decisamente troppo presto per esprimersi, però Fredette è stato NCAA Player of the Year nel 2011 facendo letteralmente impazzire il pubblico con delle bombe completamente random da distanze decisamente improbabili, mentre Thomas è stata una sorpresa: in un roster così affollato non è facile ritagliarsi 20 minuti a gara per una scelta numero 60 (appena dietro Ater Majok e Ádám Hanga, avete presente? Nemmeno io).
Ah se il nome del ragazzo vi ricordasse qualcosa (ed immagino di sì) dovete sapere che non c'è alcun legame di parentela (nonostante anche le caratteristiche fisiche siano simili); "semplicemente" il padre, tifoso dei Lakers, scommesse con un amico, tifoso dei Pistons, sul risultato della finale del 1989. Chi perdeva doveva chiamare il figlio come il playmaker della squadra avversaria: il risultato fu 4-0, la madre insistette almeno per aggiungere una "a" per avere un riferimento all'Isaia biblico.
Il potenziale c'è ed è tanto, forse non per ricordare quella squadra di inizio millennio ma sicuramente per puntare a risultati concreti in campo (nella
media ma anche nella lunga distanza) e per avere dei personaggi quantomeno stravaganti, ma manca uno staff in grado di gestirli ed educarli.
Il vantaggio è sempre stato il pubblico pronto a sostenere la sua squadra e a trascinarla, ed è per questo che sarebbe stato più che mai triste il trasferimento, di nuovo. Sì perchè dopo tutto il tempo che è servito ai Kings per avere un'identità territoriale il trasferimento era nuovamente alle porte dal momento che il palazzetto, "ARCO Arena" o "Power Balance Pavilion" come si chiama da un anno, è obsoleto ed inadatto a questo campionato: per usare parole di Federico Buffa (che ha gentilmente risposto direttamente alla nostra domanda)
il palazzetto lo chiamano "the Gas Station", ma non per qualche motivo particolare e misterioso, perchè non c'è nulla e non sembra nulla più che una stazione di benzina. Per fortuna dei tifosi e degli appassionati di questa lega il Consiglio Cittadino di Sacramento ha incredibilmente approvato il piano finanziario per la costruzione di un'arena (391 milioni di dollari).
Per ora i Kings continueranno ad essere quindi Sacramento ed il pubblico continuerà a supportarli per le prodezze cestistiche, e a sopportarli per le prodezze caratteriali.
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