La metamorfosi

on Lunedì, 05 Marzo 2012. Posted in Italians

Qualsiasi tipo di eccesso nel valutare un giocatore, anche negativo, significa quanto quel giocatore stesso non ci sia indifferente. Quando si parla di Gallinari, Bargnani e Belinelli qua in Italia si è meno obiettivi di una diretta calcio su Telelombardia. Che sia per elogiarli od insultarli nemmeno t'avessero inculato la ragazza non fa alcuna differenza. Belinelli in questo senso forse è quello che si attira più di tutti l'astio dagli appassionati NBA. Per quale motivo poi non è ben chiaro, forse perchè frega davvero le ragazze altrui, il dato di fatto è che sul suo conto si leggono cose che vanno dal “Grande Beli, spacca i culi, salva il mondo e già che ci sei comprami il detersivo che all'Esselunga c'è il 3X2” a “Non sa giocare a basket, non sa parlare, c'ha la faccia da fesso e secondo me usa poco il sapone”. Molto più spesso la seconda a dire il vero.

Partiamo da un presupposto che si basa su quanto visto in questi anni, e che farà già storcere il naso a qualcuno: Belinelli è un giocatore NBA. E non nel senso che ci gioca, quello vale anche per un buon numero di giocatori che sarebbero buoni giusto per fare i fermacarte. Nel senso che vale quel livello. Queste due stagioni agli Hornets hanno dato una risposta abbastanza chiara in merito, le stesse due stagioni che l'hanno trasformato come giocatore. Perchè se Gallinari e Bargnani nel corso di questi anni si sono dovuti preoccupare di migliorare il proprio gioco, ma non di cambiarlo, Belinelli ha dovuto necessariamente rivedere il proprio modo di stare in campo. Per una questione di talento, di fisico, di atletismo, di pariruolo. A Bologna era il punto di riferimento offensivo e poteva permettersi di forzare più di Nate Robinson in uno di quei giorni. Lo stesso stile di gioco che ha poi trasportato in NBA, a Golden State, in una squadra mediocre ma soprattutto costruita con una regola offensiva rigidissima: fate quel cazzo che volete, a patto che abbia poco senso.

Dopo un anno tra il mediocre ed il pesantemente deludente a Toronto era lecito chiedersi cosa potesse essere di Belinelli in NBA: tre stagioni tra alti – la seconda parte dei stagione ai Warriors, con ventelli come se piovesse – e soprattutto tanti bassi, mostrando un ragazzo che faceva fatica ad adattarsi ad un tipo di gioco – quello dello specialista o del giocatore con molte meno responsabilità offensive – diverso da quello che era abituato ad adottare.

Poi è arrivato Monty Williams.

Arrivato agli Hornets si è trovato davanti agli occhi un concetto molto semplice: o difendi e giochi come dico io o sventoli asciugamani insieme a DJ Mbenga che ha un sacco di storie divertenti da raccontare. Ha avuto l'intelligenza di scegliere la prima opzione, anche se francamente l'idea di passare un anno a fianco del buon DJ avrebbe fatto tentennare anche i più coraggiosi.
Verissimo quello che molti saranno pronti a dire: c'era Chris Paul, che è come dire che anche un elettricista di fianco a lui farebbe 5-6 punti a partita. Innegabile. Ma lo stesso discorso vale anche per i due pariruolo di Belinelli che gli stavano dietro nelle gerarchie, ovvero Willie Green – e vabbe', avessi detto Topo Gigio – e Marcus Thornton, uno a cui i neuroni fanno contatto una volta ogni tre anni, e solo a patto che siano bisestili, ma che a talento, soprattutto atletico, non è lontanamente paragonabile al manzo italiano.

Belinelli con Williams è diventato uno specialista, che è quello di cui aveva bisogno per diventare un giocatore NBA, seppur con qualche piccola riserva. Non è, mai nella vita, un tiratore puro. Non ha né la tecnica né la mentalità per esserlo. Troppo discontinuo, tanto di percentuali quanto di mera esecuzione del tiro, cambiata nel corso degli anni e non necessariamente in meglio. E' un buon tiratore, e questo lo dicono anche le percentuali – circa il 39% da tre in carriera fino ad ora, si è visto decisamente di peggio – e rispetto agli specialisti puri ha più talento offensivo e spesso e volentieri anche più atletismo, ma non sarà mai un tiratore eccezionale.

Non è però un caso che nonostante in questi due anni sia passato da una squadra da playoff ad una che vince a Natale e a Pasqua quando va di culo, a livello statistico la sua produzione sia rimasta pressochè invariata, a parte percentuali leggermente peggiori. Logica direbbe che il suo apporto di punti sarebbe dovuto salire sensibilmente, in assenza di terminali offensivi affidabili. Un motivo di tutto questo è, ovviamente, Chris Paul, che tende a distribuirla meglio di Jarrett Jack, uno che sarebbe capace di mettere fuori ritmo anche Ray Allen in giornata buona. L'altro, ed opinione personale il principale, è che ormai ha perso quell'estro ed imprevedibilità che aveva negli anni italiani e nei primi NBA, per guadagnare solidità ed affidabilità. Anche difensiva, fino a dove arriva ovviamente il suo fisico. Quindi non lontanissimo, ma comunque abbastanza da non essere dannoso come spesso accadeva in altri contesti.

Ad alto livello non è e non sarà mai un titolare, ma un solido panchinaro a cui chiedere punti comodi senza fare più danni della grandine o di Toney Douglas palla in mano assolutamente sì. Valeva la pena, questo cambiamento? In ottica NBA era l'unica via per valere il livello. In ottica Nazionale probabilmente no, trovando ora un giocatore abituato ormai ad eseguire un compitino che in una squadra con meno talento di una puntata di Amici non può essere sufficiente, portandolo a prendersi spesso forzature che non fanno più parte del suo bagaglio, soprattutto a livello mentale e di abitudine.

E' lo stesso motivo per cui ora come ora probabilmente è più adatto per la NBA che per un contrattone in Europa.

Quindi, SDENG – essendo noi autoreferenziali da fare schifo – sì, perchè la vita è troppo breve per non passarla a prendersi per il culo, ma con giudizio.

Comments (1)

  • norrilionry

    norrilionry

    03 Maggio 2012 at 14:36 |
    Today is ethical indisposed, isn't it?

Leave a comment

You are commenting as guest. Optional login below.