Giocatori di culto, divinità e idoli sparsi

on Giovedì, 09 Febbraio 2012. Posted in Califfi Sparsi

Ahimè, non mi chiamo Federico Buffa. Non ho scritto le Bibbie NBA “Black Jesus I & II” e non ho una conoscenza del colorato mondo americano tale da avvicinarmi a lui. Anche se le migliori storie NBA se le è (giustamente) “fregate”l’Avvocato, ne restano così tante che persino un babbeo come me è in grado di raccontarvene qualcuna.
Molte sono note a tutti. Altre le conoscono in tanti. Ma alcune…le potreste conoscere solo se passate centordicimila ore al giorno a leggere qualsiasi articolo scrauso sulla NBA.
Sono storie di personaggi, fortunati o meno, di uomini, ma soprattutto di giocatori.

Evan Eschmeyer


Io mi ricordo di lui per tre motivi:
1) Finì in un poster di Slam Magazine. Ah già, in quel poster Shaq lo stava demolendo con una schiacciata.

2) Nella sua seconda stagione ai Nets partì titolare in 51 partite, tenendo l'incredibile media di 3,4 punti a partita. Si, i Nets facevano già pietà.
3) Nel Fantabasket di American Superbasket costava 0,2 milioni ed era perfetto per l’ultimo posto riempitivo della mia competitivissima squadra.
No, non c'è altro.



Mike Penberthy


Tenetevi forte perché questa è spettacolosa.

Il buon Mike, visto anche in Italia con la maglia di Napoli dove spadroneggiava mica male, fece il suo debutto in NBA con la maglia dei Los Angeles Lakers, dopo un paio d’anni spesi in Germania.
Mai “draftato”, passò due stagioni intere con i Lakers, con i quali vinse un anello nella stagione 2000-2001. Adesso che ci penso, anche Mike Penberthy ha un anello in più di LeBron James, cosa che dovrebbe farlo entrare a tutto diritto nell’olimpo dei Califfi.
Comunque, Mike è il classico ragazzo bianco della California: carnagione latte e capelli biondicci. Playmaker di un metro e novanta centimetri risicatissimi, mano mortifera dall’arco, ball handling da classico playmaker collegiale e un fisico normalissimo, quasi patito.
Succede che per le strade di Los Angeles ci sia una parata, o se non ricordo male una manifestazione a favore della pedicure per gli animali, o qualsiasi altra boiata per la quale gli americani si sentono in diritto di andare in giro con dei cartelli di legno da idioti. La manifestazione blocca però un intero quartiere, ed il buon Mike deve recarsi all’allenamento allo Staples Center. Il buon Mike scende dalla macchina, vedendo un posto di blocco, e si avvicina ad un agente di polizia.
Il resto è storia:

Penberthy: “Salve agente, sono Mike Penberthy dei Los Angeles Lakers”
Agente: “Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?”
P: “Sono Mike Penberthy, giocatore dei Lakers, dovrei passare per andare all’allenamento”
A: “Non si passa, e lei non mi sembra un giocatore dei Lakers. Non l’ho mai sentita nominare”
P: “Ma si, sono uno della panchina, mi guardi ho anche la tuta purple and gold! Visto?”
A: “Anche io ho la tuta dei Lakers a casa. Ma mica ci vado in giro come un pirla. Circolare.”
P: “La prego agente, poi Jerry Buss mi multa se non arrivo in orario all’allenamento.”
A: “Ma si guardi! Se lei gioca nei Lakers io sono Serpico. Circolare.”

Penberthy arrivò con un’ora di ritardo all’allenamento, e quell’agente quella sera tornò a casa dalla moglie raccontandole: “Sai cara, un cretino con la tuta dei Lakers voleva entrare allo Staples ad allenarsi. Robe da matti”.


Qyntel Woods


Qyntel Deon Woods è stato baciato dalla Dea del talento, e non un piccolo bacino, ma proprio un bel limone con metro di lingua incorporato.

Nel periodo in cui faceva tremendamente moda seguire per anni dei pischelli liceali, anche quando andavano al cesso, Qyntel Woods fu etichettato come uno dei papabili “Nuovi Jordan” o nuovi messia della palla a spicchi.
Lui al College ci andò, certo, ma in uno di quei posti che definire dimenticati da Dio è poco.Il Northeast Mississipi Community College. Ora, se conoscevate questo posto prima di leggerlo, voglio il vostro autografo.
In ogni caso, uno che arriva al Draft con la fedina penale che recita: colluttazione, possesso di armi da fuoco, aggressione, spaccio, possesso di droga, non deve essere proprio un soggettino semplice.
Chissà per quale motivo, i Portland Trail Blazers decidono di credere alla fatina buona che diceva: “Si, è un bricconcello, ma niente di più. Vi farà vincere una caterva di partite.”, e lo scelgono al draft 2002 con la 21esima scelta assoluta.
Si, sto cazzo un bricconcello.
Un malavitoso prestato al basket, di quelli pericolosi, che girano con la posse e la pelliccia bianca. Capitò poi nei mitici Portland “Jail” Blazers, che vedevano tra le loro fila anche Ruben Patterson (altra categoria), Bonzi Wells, Damon Stoudemire e ultimo ma non ultimo sua Maestà Rasheed Wallace nella versione “Se non prendo un tecnico non sono felice”.
Il talento c’era. L’attitudine becera da ragazzo che viene dal ghetto, pure.
Forse troppo.Quello che mancava era la voglia di giocare, la voglia di allenarsi, la voglia di sbattersi.
Pochi minuti, talento inespresso, scampoli di partita anonimi. Insomma, un disastro.
Poi però la situazione precipitò fino al comico. Durante un’investigazione della polizia federale, saltò fuori che a casa Woods si disputavano combattimenti tra animali, ed in particolare tra Pitbull. La polizia gli entrò in casa, dove trovarono una vera e propria arena da combattimento, e i suoi Pitbull “Hollywood” e “Sugar” in precarie condizioni di salute.
Arrestato, processato e condannato con l’accusa di “Crudeltà sugli animali” ad 80 ore di servizio pubblico, fu anche tagliato dai
Blazers, rimanendo a piedi.
Dopo i Blazers ci provarono i Knicks, poi l’Olympiakos, la Fortitudo Bologna, il Prokom e il Maccabi. Niente da fare, risse in spogliatoio, uso e abuso di Marijuana anche durante la finale di campionato Greco, atteggiamento passivo e supponente e un talento grosso come una casa buttato letteralmente via.
E i Blazers che pensano ancora “Fatina buona del cazzo”.


Oliver Miller


Qui si entra diretti nella Top 10 degli idoli incontrastati di tutti i tempi.
Oliver “Ciccio” Miller, centrone di 206 centimetri e dal peso mai stabilito.
Spiace parlarne a questo modo, perché l’obesità è una malattia, un handicap fisico notevole e non è giusto riderne così, però Oliver Miller sapeva prendersi in giro, e sapeva scherzare sul suo culone.
Fin da piccolo oltre i limiti dell'obesità, Oliver Miller andò all'Università dell'Arkansas, spostando equilibri e avversari con il suo gentil peso, facendosi notare per la mano morbida e per i movimenti sotto canestro.
Ebbe una discretissima carriera Nba, tra Toronto e Phoenix, passando anche per Minnesota. All'inizio della stagione il suo peso oscillava tra i 140 e i 150 kg, anche se onestamente poteva essere più vicino ai 160 kg. Oh, non sto parlando di muscoli, stiamo parlando di trippa vera, di quella che balla quando cammini, di quella che si porta a spasso Homer Simpson. A Ciccio piaceva mangiare, tanto che Dan Majerle disse di averlo trovato negli spogliatoi con un secchiello di pollo fritto vuoto un quarto d'ora prima di Suns - Spurs.
Gentiluomo in campo, di quelli che ti segano le braccia per non farti segnare e poi ti chiedono scusa. Limitato, ovviamente, nel fiato e nella resistenza, ma uomo squadra come pochi. A Minnesota, a fine carriera Nba, per lui dovettero aggiungere una X alla taglia dei pantaloncini. True Story.
Che fine ha fatto? Ha preso a pistolettate un tipo, e deve scontare un anno di galera. No, non gli ha sparato, gli ha sfondato la testa con il calcio della pistola dopo un litigio, dicono banale.
Banale perchè il motivo del litigio era la posizione nella fila degli Hot Dog ad un barbecue.
Idolo.

Continua...

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