Isaiah Rider: un giocatore illegale

on Giovedì, 09 Giugno 2011. Posted in BBB Stories

Il potenziale, per definizione, rappresenta una tra tante visioni di un futuro tutt'altro che certo e tutt'altro che definibile a priori. Riferendosi a quello che una persona può esprimere, spesso rappresenta la visione più ottimistica, al limite dell'utopia. Di qualsiasi campo si tratti infatti è praticamente impossibile che un individuo arrivi ad esprimere il proprio massimo potenziale, senza più alcun margine di miglioramento. Ciò non toglie che distinguere chi ci è andato vicino da chi quel potenziale se l'è tenuto a distanza di qualche migliaio di chilometri non è impresa così impossibile. Lo sport è pieno fino all'orlo dei primi tanto quanto dei secondi, il basket di conseguenza. Al netto di fattori esterni – gli infortuni, per dirne una – è spesso una questione mentale, di conseguenza sociale e culturale ovvero di come questi due fattori hanno contribuito a costruire il tuo modo di vivere. La “testa”, che per qualche motivo non è attrezzata per supportare il proprio talento, il proprio fisico. In Italia – sempre di basket si parla - il modo più facile per non avere testa è la mancanza di ambizioni e cattiveria agonistica, negli Stati Uniti è più probabile che sia la mancanza di autocontrollo a farti deragliare. E' un fatto, come si diceva, sociale.

Una premessa del genere perchè la storia è di quei personaggi che avrebbe potuto fare praticamente qualsiasi cosa. Ed ha finito per fare tutto quello che non avrebbe dovuto. Si diceva, la strada verso il potenziale: lui è salito su una decappottabile ed è andato nella direzione opposta. Visto il tipo, probabilmente senza cintura e completamente fatto. Tre marzo 1971, la data di nascita di JR Rider, Oakland il luogo in cui avvenne. Un talento fisico ed atletico francamente difficilmente riproducibile, che al liceo gli permise di fare il fenomeno nel basket e nel baseball. Una guardia di poco meno di due metri, con talento, un atletismo debordante ed una potenza che va di pari passo però, tendenzialmente, nel mondo della palla a spicchi una collocazione la può trovare ovunque, a qualsiasi livello, quindi la decisione dello sport da prendere seriamente diventa automatica. Dopo un paio di Junior College (in uno venne respinto, nell'altro lo accettarono nonostante avesse voti insufficienti) finisce ad UNLV, University of Nevada, Las Vegas sotto coach Jerry Tarkanian, uno conosciuto per dover gestire squadre con non rari problemi disciplinari. E questo anche prima che il buon JR si facesse una notte al fresco per aver lanciato un milkshake in faccia ad un dipendente di un ristorante del campus. Il motivo del gesto? Lui l'aveva chiesto alla fragola, gliene arrivò uno alla vaniglia, lanciarglielo in faccia era poco più del minimo sindacale, che diamine. Ah, a margine a basket ci sapeva giocare davvero, conquistandosi il secondo quintetto All American da senior, chiudendolo a ventinove di media e mettendone quarantaquattro in una sola partita.

La NBA questo fenomeno lo guardava con timore ed eccitazione, per i mezzi da possibile dominatore e la testa da probabilissimo squilibrato. Nonostante tutto non va oltre la quinta chiamata del draft del 1993 – che chiamò Webber con la prima e l'idolo Shawn Bradley subito dopo - perchè Minnesota uno del genere preferisce non lasciarselo scappare. E' da questo momento che entra in scena il nome Isaiah, aggiunto da lui stesso a dimostrazione che l'ego era qualcosa che non si erano dimenticati di fornirgli, ed è da praticamente il primo giorno da giocatore NBA che fa capire di che pasta è fatto: primo allenamento, primo ritardo. Perchè la classe non è acqua. Parlando di classe, in quel Dicembre arrivano tre prove da trenta punti, qualche mese dopo, nell'All Star Weekend, la vittoria nella gara delle schiacciate, quando tra gli avversari c'era un certo Shawn Kemp, uno che con la materia aveva una qual dimestichezza. L'inchiodata da copertina è la East Bay Dunk, nome coniato dallo stesso Isaiah, che all'epoca scosse le menti dei presenti, in particolare quella di Charles Barkley, che la definì la schiacciata più bella mai vista nella sua vita. Per capirci, ferro violentato con una mano, dopo essersi fatto passare la palla in mezzo alle gambe. Magari ora, dopo averne viste a scodellate di schiacciate del genere, il parere potrebbe essere del tipo Carina sì, però dove sta l'orginalità?. Ecco, immaginatevi gente che una cosa del genere non l'aveva mai vista. Sì, perchè il capostipite delle varie between the legs che sono seguite fu proprio la East Bay Dunk.

L'anno successivo è pronto per esplodere definitivamente come una delle stelle della Lega. A livello realizzativo migliora ancora – passa da sedici a venti cucuzze a gara - purtroppo l'esplosione però non arriva in quel senso. I rapporti con coach Bill Blair sono tutt'altro che idilliaci e tra le altre arriva una sospensione per motivi comportamentali, in un mare di insubordinazione e ribellioni al potere. Il terzo anno la situazione degenera: il rendimento sul campo cala leggermente rispetto alla stagione precedente, ma soprattutto fuori dal campo diventa incontenibile, distinguendosi tra le altre per aver preso a calci una manager di un bar in cui Rider avrebbe dovuto presentarsi – in ritardo – per una promozione. Minnesota lo spedisce in un pacco regalo a Portland, in cambio di una scelta, più Bill Curley e James Robinson, non esattamente due a cui si chiedeva di fare i fenomeni. Appena prima dell'ufficializzazione della trade si fa beccare per possesso di marijuana e durante l'arresto scoprono che stava viaggiando con un cellulare illegale, la cui bolletta veniva addebitata sul conto di un povero sconosciuto. Tre settimane dopo sarà l'accusa di gioco d'azzardo in pubblico a farlo finire sui notiziari.

E qui ci fermiamo un secondo. Perchè di anni a questo punto ne ha ventiquattro, giovane sì, ma con alle spalle tanti di quei problemi legati alla giustizia da riempire uno stato. Se ne parlava all'inizio, un fatto sociale e culturale, oltre naturalmente ad una predisposizione naturale. Un gruppo di amici che lo seguono da quando gattonava e che non passeranno alla storia per acume ed intelligenza, una mamma dal carattere forte che rappresenta l'unica autorità a cui JR risponde – giusto per dire, dopo un'espulsione a Minnie l'unica cosa che lo trattenne dal fare una strage furono un paio di paroline di Donna, che lo riportarono all'ordine. Ed un'attrazione fatale, viscerale, verso il rompere le regole. La cosa peggiore, però, non è tanto il fatto che a 24 anni fosse già pieno di problemi, quanto il fatto che non rappresentava che l'inizio.

Arriva Portland, dicevamo. E se qualcuno ha un minimo di confidenza con il mondo NBA può ricordarsi i JailBlazers, la versione di Portland che per anni si portò dietro una quantità di problemi legali da fare invidia ad Alcatraz. Ecco, cominciarono con Isaiah, che in città non ci rimase poi tantissimo, ma ebbe modo di farsi ricordare. Tre anni in cui le medie realizzative andarono al ritmo di un ottovolante – 19 a gara nell'anno di mezzo, comunque – ma in cui quantomeno vinse qualche partita più di quanto non fosse abituato. La legge? Un uomo nuovo? In realtà non fece peggio, ma per Rider fare meglio significava prendersi complessivamente dodici gare di squalifica, di cui tre per aver sputato in faccia ad un tifoso su di giri. Ah, e farsi beccare per possesso di marijuana. Arriva il momento in cui anche nell'Oregon cominciano a stufarsi di lui, e realizzano che se titolo dev'essere, levarsi dai piedi questa guardia problematica potrebbe non essere poi una bruttissima idea. Anche perchè nonostante i continui problemi trovano dei grandissimi estimatori del giocatore negli Atlanta Hawks, che per il giocatore sono disposti a sacrificare Steve Smith (ed Ed Gray, per ricevere anche Jim Jackson, un altro di quelli tranquilli), uno che pur con qualche problema fisico negli anni precedenti aveva scollinato i venti punti di media in più di un'occasione. E che soprattutto ad Atlanta adoravano e che non spezzava in due gli spogliatoi.

Il risultato della trade? Atlanta vinse trentuno gare meno dell'anno precedente, Portland se non si fosse suicidata in uno dei quarti quarti più assurdi della storia del basket contro i Lakers il titolo avrebbe potuto vincerlo per davvero. All'arrivo ad Atlanta e nelle gare immediatamente successive in realtà si sprecarono le parole di reciproca stima ed amore tra il giocatore, il GM Babcock e soprattutto l'allenatore Lenny Wilkens. JR veniva descritto come un ragazzo solare, adorabile e con cui si stava benissimo. Un po' come quando i vicini dicono che il tizio che aveva appena squartato una famiglia era gentile e portava fuori la spazzatura. Durò non più di qualche settimana. Ricominciò a litigare con qualunque cosa avesse un'anima ed aggiunse altri favolosi crimini alla sua già ricchissima lista: un incidente diplomatico sfiorato quando parcheggiò alla Philips Arena nel posteggio riservato a Curt Fraser, coach dei Trashers, squadra cittadina della NHL, minacciò di morte il suo compagno di squadra Mutombo durante l'All Star Weekend, reo di aver avvertito la Lega, in compagnia di Babcock e Laphonso Ellis, sul fatto che Rider consumasse marijuana. E dopo essere stato “gentilmente consigliato” a seguire il programma della Lega sulla droga, a conseguenza proprio della spifferata di Dikembe e compagnia, si beccò qualcosa come 200000 dollari di multa per essersi rifiutato alla sua maniera, composta ed educata.

Dopo qualche altra gara di sospensione, a marzo chiede di essere rilasciato. Agli Hawks non si disperarono troppo. Ma il giocatore ormai era finito, nonostante avesse finito la stagione ancora vicino ai venti punti a partita. Fu l'ultima volta. La sua carriera non era ancora finita, ma i tempi in cui una squadra poteva pensare di utilizzarlo come perno del proprio progetto, come avrebbe giustificato il talento clamoroso che si portava appresso, erano inesorabilmente andati, ed il massimo che poteva ormai recuperare da qualche parte era un ruolo da comprimario. E' ormai il duemila, Isaiah Rider non è più un ragazzino ma a ventinove anni, con un'altra testa, sarebbe dovuto essere all'apice della propria carriera, non verso l'inesorabile tramonto.

Per sua fortuna Kupchak e Phil Jackson, non esattamente gli ultimi degli stronzi, decidono che il rischio può esser corso, e lo firmano per un anno. Jackson ha gestito uno come Rodman, il gioco potrebbe valer la candela. C'era una piccola differenza, il Verme nella sua ingestibilità aveva una fame ed una cattiveria agonistica con pochi eguali, l'ultimo acquisto dei Lakers leggermente meno. Come per Atlanta, e qualsiasi altra fermata del giocatore, inizialmente si sprecano le sdolcinatezze. Cose come “tifo Lakers praticamente da quando cammino” o “giocare con Kobe e Shaq sarà un grandissimo onore” e cose così. Va così bene che, pur con cifre non esattamente disprezzabili per un'arma dalla panchina, venne tenuto fuori roster nei playoff. Sì, in squadra c'era gente come Medvedenko, Mark Madsen ed un Devean George da tre punti a partita, e vennero preferiti all'uomo della East Bay Dunk. Che comunque vinse un titolo senza giocare una partita di playoff, perchè i gialloviola quell'anno arrivarono fino in fondo.

La sua carriera durò altre dieci partite, ai Nuggets l'anno successivo, e poi si chiuse. Lui disse che aspettava la proposta giusta, che evidentemente non arrivò mai. Ci riprovò nel 2009, a trentotto primavere compiute. Trovò un contratto con i North Texas Fresh, che per tutte le persone normali che non dovessero saperlo, giocano nella ABA. Per capirci, contratti che per buona parte dipendono ogni settimana dagli incassi del merchandising, partite in palestre del liceo e gare giocate di notte per permettere ai giocatori di condurre la propriva vita lavorativa – che siano impiegati, camionisti o netturbini – durante il giorno. Stiamo parlando di questo livello. E pure qui sono partiti con dichiarazioni al miele con il proprietario della franchigia, di svariati anni più giovane di Rider. E' durato una partita, prima di essere tagliato, e si può attribuire tutta la colpa che si vuole all'età avanzata ed alle condizioni fisiche improponibili con cui si era presentato, ma come al solito non sarebbe che una parte della storia. Anche perchè ribadiamo, giocava con impiegati e netturbini.

Tentativo di ritorno patetico a parte, in dieci anni di inattività sportiva com'è diventato il Rider uomo? Se possibile, forse peggio di quello che era prima. Una quantità interminabile di infrazioni, un paio di rapimenti - il più recente del suo stesso figlio, dopo essere stato coinvolto in tre incidenti diversi in cinque giorni – abusi di droghe assortite, furti di auto, risse con più o meno chiunque, ed altro ancora. Il problema più grosso, dicono le persone vicine a lui, era la sua impossibilità ad accettare qualsiasi tipo di sanzione o punizione ai suoi atteggiamenti. La situazione degenerò ulteriormente quando, non molto dopo che la sua carriera era finita a Denver, sua madre finì in coma e successivamente fu tolta dal supporto vitale. Isaiah diede la colpa ad una diagnosi sbagliata, il dato di fatto è che in quel momento gli venne a mancare l'unica persona che era in grado di tenerlo a freno, per quanto fosse possibile. A quarant'anni quasi compiuti, è ancora un uomo senza controllo. Il mondo, non solo il basket, è pieno zeppo di storie di ragazzi difficili, problematici, mitigati alla fine dall'età, dalle esperienze, dalle tragedie. Lui è diverso, ha cominciato la propria vita da adulto alla massima velocità e da allora non ha mai frenato neanche per un secondo, travolgendo qualsiasi cosa intralciasse il suo cammino, amici compresi.

Tarkanian, il suo vecchio coach del college, che spesso veniva interpellato in materia Isaiah Rider per cercare di scandagliare l'animo del giocatore, disse molte volte che né lui né suo figlio, al momento del reclutamento, avevano mai visto un giocatore così forte nella loro vita. Ed aveva già allenato un certo Larry Johnson. Ma allo stesso modo, pur avendo un rapporto ottimo col ragazzo, non era mai riuscito a capire cosa volesse dalla vita, da cosa fosse spinto nelle sue azioni spesso incomprensibili. Questo è il punto focale della sua intera esistenza, l'incapacità di dare agli altri degli strumenti per poterlo capire. Poi però uno guarda tutto quello che ha fatto in vent'anni e non può che concludere serenamente che non meriti nemmeno lo sforzo. Per chi ama il basket rappresenta un gran giramento di palle, per chi lavora nella polizia un gran giramento di testa.

MIX su Rider

Comments (0)

Leave a comment

You are commenting as guest. Optional login below.