Houston, nessun problema

on Mercoledì, 09 Gennaio 2013. Posted in Nba

Di: Lukish

Prima per produzione offensiva con 106 punti a partita, in striscia aperta da cinque vittorie consecutive e un leader che ne timbra 26 a sera. Nessuno avrebbe scommesso su questi Rockets che invece si rivelano l’autentica sorpresa di questa stagione NBA.

Quando la Linsanity sbarcò a Houston i dubbi erano sicuramente maggiori delle certezze. Una squadra letteralmente smontata e ricostruita andando all-in su una prima punta che in carriera aveva giocato da Dio una decina di partite. Anzi, che in vita aveva giocato solamente una decine di partite. Lin si paga praticamente da solo, per questioni di merchandising, perché gli Asiatici sono un casino e perché a Houston Yao Ming ha lasciato un’ impronta decisamente importante. Ma avrebbe funzionato?

Le certezze rimaste erano Chandler Parsons e Patrick Patterson, rispettivamente al secondo e terzo anno nella lega.

Un ottimo draft a Giugno che ha portato in casa un potenziale trio delle meraviglie da affiancare ai presenti, un centro che non era mai partito titolare in vita sua, un veterano di nome Carlos e nessuna pressione addosso.

Inutile girarci intorno, avrebbero vinto qualcosa, avrebbero corso un sacco e avrebbero fatto divertire. Ma per vedere una squadra competente avremmo dovuto aspettare almeno un paio di stagioni.

Fino all’ arrivo del Barba. James Harden sbarca in Texas dopo divergenze monetarie con la dirigenza di OKC. Non ci pensa su, non mette in piedi una pantomima Howardiana. Nessun Melodrama o Decision.

‘Non mi pagate il massimo? Grazie e arrivederci’

Semplice, diretto, immediato.

Fu un autentico shock. Ma come? La squadra del cuore di tutti gli States abbandona il terzo big Three e un potenziale titolo per soldi. Questa è l’ NBA, che per prima cosa è business e questo è Sam Presti. Ma per la prima volta l’aurea di bellezza e innocenza che avvolgeva il sogno chiamato Thunder si sgretola. Adesso si poteva odiare i Thunder senza passare per brutte persone.

E Harden? Estasiato dal progetto Houston, un ruolo ad leader che gli spetta di diritto, un sacco di minuti in più e perché no, 80 milioni festeggiati andando a troie (giusto così).

 Paragonato in Texas alla seconda venuta di Gesù,  caricato più o meno di tutte le future responsabilità della squadra, Harden risponde presente.

Non ci sono i big three, non ci sono big four, non ci sono stelle che si son giurate eterno amore su una muraglia. Houston ripercorre le orme di quelle squadre anni 90 e primi anni 2000 che prevedevano una star, Harden, affiancata da gente competente nel ruolo che contribuisce alla causa con il suo mattoncino ogni dannata sera. E la cosa sta pagando molto più che riunire quattro fenomeni alla ricerca del titolo ad ogni costo.

Il pregio più grande del Barba è stato quello di togliere un sacco di pressione a Lin, che si sta confermando un buon playmaker con un’ ottima visione di gioco ma non quel fenomeno che molti si aspettavano.

La squadra macina un sacco di possessi e nonostante una difesa decisamente rivedibile vince.

Ma tipo un casino. Tipo che sono sesti a ovest e hanno i playoffs a portata di mano, una cosa che a inizio stagione nessuno avrebbe mai creduto possibile con quel roster. Roster che si è rivelato molto più allettante di quello che si pensava con Parsons che ha confermato di essere fondamentale, Asik molto più che presentabile, Delfino autentico califfo e Greg Smith che mi sta letteralmente mandando ai matti.

E no, il Barba non farà sempre 30 punti a partita, qualche volta ne farà anche 50.

Ce ne sarebbe un altro a disposizione di Coach McHale, un tizio pescato alla 16 quest’ anno che avrebbe il potenziale per dominarla sta lega, ma che con la testa ultimamente sta avendo alcune divergenze personali.

Royce, ti prego, hai avuto la fortuna di avere il talento per fare quello che più ami per vivere, evita di mandare tutto a puttane, allacciati le scarpe e vai a spaccare qualche culo sul parquet.

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