Il ciaf della retina

on Mercoledì, 19 Dicembre 2012. Posted in Nba

E' arrivato il momento del secondo trofeo, il Premio della critica!

Madrina dell'occasione Andrea Bargnani, che di critiche ne sa qualcosa.

Vorrei cominciare col dire che non si chiama pallarimbalzo.

Mago, non stiamo parl...

E le critiche non mi fanno nè caldo nè freddo.

Andrea, devi solo dare un premio!

Ah, vabbe', sì, Premio della Critica a Mauro Bedini! Però tengo a sottolineare che prendo più

rimbalzi di lui.

 

Il ciaf della retina di Mauro Bedini

Dall’alto del mio quarto di secolo ho potuto notare che da qualche anno a questa parte il virus a forma di palla a spicchi permea con più successo gli ambienti di questa Italia; non che si possa andare in giro per bar e trovare sbilenche platee di sedie abbarbicate intorno ad un 72 pollici, con gli occupanti delle retrovie che discutono di evidenti e continui favoreggiamenti arbitrali per questa o quella franchigia; non che a lavoro, all’università, a scuola, si senta discutere freneticamente di quale sia il quintetto vincente da schierare in questa delicata partita della nostra fanta-season contro le “Quaglie” del Brambilla (che s’è preso Nash sparando un 50 milioni, e gli sta bene sto stronzo!); non che si possano organizzare partitelle settimanali, con i campi al coperto che superano in numero le tombe al cimitero anche ad abbiategrasso, ma in giro è più facile trovare persone consapevoli dell’importanza dei pollici opponibili nello sport che amano. Vuoi per l’arrivo di internet e di youtube, vuoi per i tre nba-ers in tricolore, vuoi per le pay tv con l’avvocato, sembra via via più facile sentir parlare di retìne invece che di reti. Personalmente la cosa non può che farmi felice, perché dà una casa anche a me, un posto pavimentato in parquet dove non stare quasi sempre da solo, a dire “mammamia Rondo!”.

Sei un uomo segnato da data e luogo di nascita. Nato a fine anni 80, cominci a capire (e ricordare) le colorate immagini che si agitano nella tv nei primi anni 90, e contemporaneamente, dall’altra parte dell’oceano, c’è la consacrazione di Dio incazzato come un toro, che spiega ad altre divinità per quale motivo nel suo caso va usata la D maiuscola. Il luogo c’entra perché tra le tv locali, quelle un po’ sfigate che campano di maghi e cartomanti, ce n’è una che occasionalmente fa vedere qui nello stivale cosa succede sotto il cielo a stelle e strisce. Non è qualcosa di coinvolgente, non è qualcosa di ipnotico: è rapimento. Il televisore potrebbe chiedere un sostanzioso riscatto ai tuoi, se ne avesse facoltà; questi tizi in canotta e pantaloncini danno una pista abbondante ai power rangers: non faranno esplodere l’erba, ma fanno magie con la palla, incomprensibili a chi una sfera l’ha sempre e solo calciata (ed era convinto non ci fosse altro modo di trattare quell’oggetto)...e poi volano!

“Mamma voglio giocare a basket!”. La madre protettiva ti iscrive, sei più microbo moccioloso di tutti gli altri microbi mocciolosi, torni a casa sempre con qualche livido, la madre protettiva ti dis-iscrive. Comincia così la vita di quelli che mentre gli altri a scuola si scambiavano le figurine dei calciatori, guardavano annoiati, di quelli che vengono scelti sempre tra gli ultimi quattro per la partitella (perché scarsi sono scarsi, ma almeno corrono e non hanno gli occhiali spessi come il libro di antologia), di quelli che hanno smagnetizzato la cassetta di “Space Jam”, tanto che ricordano “I believe I can fly” di R-Kelly meglio della sigla di “Willy il principe di Bel-Air”, di quelli che alle superiori “Slam Dunk” era religione, di quelli che quando per la partitella 3v3 danno buca tutti “sticazzi, 2 tiri a canestro vado a farli lo stesso, magari incontro qualcuno al campo”, di quelli che la gazzetta la sfogliano al contrario, partendo dal fondo, di quelli “stasera c’è L.A-Boston alle 3.00: notte in bianco” anche senza pay-tv, alzando il modem al cielo scandendo “per il potere di grayskull” (maledicendo google e svariati santi quando lo streaming su Rojadirecta ti tradisce).

Il basket NBA è la quint’essenza dell’ineffabilità: ai profani puoi spiegare le meraviglie del salary-cap, della draft lottery, che si attacca e si difende tutti insieme, che i giocatori veri se vanno per terra si rialzano subito più incazzati che mai, che quanto Dirk ha finalmente alzato quel trofeo hai pianto come una quattordicenne col mestruo al concerto di Justin Bieber, che Blake posterizza, che Kobe non la passa, che LeBron è antipatico, che Kyrie fa il vecchio zio nei playground urbani, che Javale è il secondo avvento di Cristo, ma forse l’unica cosa che potranno capire è la luce negli occhi con cui dici tutta questa roba.

C’è una scena nella 1x02 di “Go-On”, ottima e scanzonata serie tv recente: il protagonista deve tirar su di morale un suo amico cieco, a cui hanno rubato il pallone della partita dei 100 punti di Wilt Chamberlain autografato dallo stesso “Stilt”: lo porta a vedere i Lakers, iniziando a descrivere per lui l’intera partita, azione per azione.

- “Ok, ci siamo, Kobe ha la palla...e tira”, “si guarda intorno, Gasol è libero...”, “tiro con la sinistra...e segna!” ... “Ok, siamo alla fine del secondo quarto, i Lakers sono in vantaggio 40 a 38”.

- “Zitto”.

- “Scusa?”.

- “Parli troppo. Ascolta la folla, il rumore della palla, il cigolio delle scarpe sul pavimento...ah la palla ha appena colpito il ferro; sì hanno preso il rimbalzo...oh amico, sembra proprio un fallo!”

- “Lo era” - “eheh...Posso sentire questa partita meglio di come tu la veda. Chiudi solo gli occhi e ascolta.” – schermo nero, rumore di partita – “eh...è bellissimo” – “già”, ciaf della retìna, il pubblico esulta, fine.

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