LeBron & Me
Cerimonia di premiazione: il primo premio che verrà assegnato sarà il premio Simpatia. A consegnarlo sarà la madrina d'eccezione per siffatto trofeo: Javale McGee.
Javale, di là, devi andare di là. Destra, un po' più a destra. Ecco, così. Adesso però sei spalle al pubblico, girati di 180 gradi. Centott...vabbe', continua a girarti finchè non ti dico stop.
Ecco stop. Limitati a direi il nome del vincitore. Sennò non è più finita.
Premio simpatia!
No Javale, quello è il premio, leggi sotto.
Ricordati di indossare i pantaloni!
No, quello te lo eri scritto te. Riprova.
Calcante!
Ecco, bravo.
LeBron & Me di Calcante
Volevo solo raccontare la storia di un legame, il legame che unisce il sottoscritto, nato a Milano, Italia il 5 gennaio 1991 e LeBron Raymone James, nato il 30 dicembre 1984 ad Akron, Ohio, Stati Uniti d’America.
L’inizio di tutto non è né in una galassia lontana lontana, né in una notte buia e tempestosa ma più banalmente in un misero maggio del 2007, mese in cui mi trasformo da “persona cui piace il basket” a “fanatico pazzo NBA”, con parte di questa trasformazione dovuta proprio al numero 23 dei Cleveland Cavs, capace di portare in finale un quintetto che oltre a lui comprende giocatori del calibro di Larry Hughes, Sasha Pavlovic, Drew Gooden e Sua Maestà Zydrunas Ilgauskas (che Dio ti abbia sempre in gloria, Big Z), gente che dopo quel 2007, diciamo così, ha fatto un attimino più fatica a raggiungere quei livelli. Da quella gara 5 con Detroit tutto cambia, io perdo totalmente la testa per il Gioco e soprattutto mi invaghisco di Lui, il Prescelto, l’Anakin Skywalker della palla a spicchi, colui che nei miei sogni porterà equilibrio nella Forza dimostrando al mondo come si possa portare una squadra che non ha mai contato una sega ai massimi livelli. Perché, diciamoci la verità, il punto è proprio lì: che gusto c’è a vincere un titolo coi Lakers o coi Celtics? Sei uno dei tanti, uno della Storia. Ma se vinci coi Cavs la cosa è un po’ diversa: sei la Storia, punto e basta.
E così l’anno dopo ci riproviamo, io e LeBron, ma contro i 3 in verde non ce la facciamo, e così tentiamo ancora, la stagione successiva, ma questa volta un ciccione coi baffi si dimostra un allenatore di livello superiore, e così via, tra mille sofferenze, fino ad arrivare al maggio 2010. Il 13 maggio di quell’anno il Re cala al TD Garden una tripla doppia da 27, 19 e 10 ma non basta: Cleveland viene buttata fuori in sei partite da Boston e LeBron abbandona il campo con uno sguardo diverso dal solito, più che deluso lo definirei vuoto. Io sono disperato, sento nell’aria la sciagura ormai imminente e solo il 22 maggio riesco a dimenticarmi per un attimo della paura di ciò che potrebbe accadere, banalmente perché il 22 maggio 2010 per uno che ha scelto di tifare Inter a fine anni ’90 è un giorno abbastanza storico. Ad ogni modo si giunge così al giorno più importante di questa storia, quello della famigerata Decision, quello in cui con le semplici parole “I'm going to take my talents to South Beach” tutto finisce e cambia per sempre. Da quel momento dedico la mia passione cestistica all’odio, al puro e semplice odio per l’idolo traditore perché, come già mi aveva insegnato quel Luiz Nazario Da Lima più noto come Ronaldo qualche anno prima, le uniche delusioni peggiori di quelle d’amore sono quelle sportive, non puoi distruggere così, senza cuore e senza rispetto, chi ti è stato sempre accanto, nella gioia e nel dolore. Saltiamo circa 11 mesi con l’ideale macchina del tempo che stiamo usando per questa storia e arriviamo al giugno 2011 e a una notte che mai dimenticherò e che sembra finta per quanto incredibile: dopo anni di inseguimento la ragazza dei miei sogni adolescenziali cede, passa la notte da me e alle 5 di mattina guardiamo insieme l’ultimo quarto di gara 6 delle Finals, quella in cui un gruppo di veterani da sempre perdenti sconfigge le forze del Male e LeBron, per mio sommo godimento, vede il mondo crollare.
L’amore, il tradimento, la vendetta. L’ultimo atto di questo lungo racconto è storia recente, siamo a non più di pochi mesi fa, al momento in cui io affido la mia speranza a un bravo ragazzo col numero 35, che rispetta le regole e aiuta le vecchine ad attraversare la strada, e ai suoi amici che stanno risollevando una città piagata da ferite che con lo sport non c’entrano niente solo con una palla a spicchi (e con una barba, direbbe qualcuno). James però questa volta non sembra
volerne sapere, vince le finali di Conference praticamente da solo, quasi come ai vecchi tempi di Cleveland, scaccia i fantasmi che lo tormentano da troppo tempo e si porta a casa il primo anello, trofeo di MVP ovviamente incluso.
“Mi hai sconfitto, LeBron, sono stato prima sedotto poi abbandonato, adesso pure umiliato e rimango da solo davanti alla tv a fissarti con in mano le ceneri di quella maglia numero 23 comprata all’NBA store sulla Quinta”, questo è quello che dico mentalmente al teleschermo che ho davanti quella notte. In quel momento però un pensiero mi passa per la testa e tutto cambia: “Se non fosse stato per te, LeBron, se tu non fossi mai entrato nella mia vita, non ci sarebbe stata la passione, non ci sarebbe stato l’amore per il gioco, non ci sarebbero state le notti in piedi a vedere epiche gare 7 (ecco, magari qualche All-Star Saturday me lo sarei anche risparmiato volentieri), non ci sarebbero stati Flavio & Fede, non ci sarebbe stata Knicks-Pacers live al Madison Square quella volta che sono andato in vacanza negli States (Gallo ancora fuori con la schiena a pezzi e canestro allo scadere di Jarrett Jack, bene ma non benissimo), non ci sarebbero stati i Celtics in prima fila al Forum, non ci sarebbe stato niente di tutto questo, davvero, niente di niente. Quindi in fondo grazie LeBron - ho pensato - ti odio davvero ma per tutto quello che hai fatto per me un po’ quell'anello lo meriti.”

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