Carlos Delfino, per caso!

on Venerdì, 29 Giugno 2012. Posted in Nba

La segnalazione arriva durante una mattina di fine stagione come tante.
Arriva via mail – con messaggio un po’ criptico, a dire il vero – dal mio amico Riccardo: “Andiamo a intervistare Carlitos?” dice Ricky.
“Carlitos chi?” rispondo, pensando già a Tevez vista l’incrollabile fede rossonera del suo interlocutore e il periodo estivo perfettamente in linea con il calciomercato.
Sbagliavo. La risposta che arriva racconta di un giocatore NBA in città, notizia di per sé incredibile per un posto bellissimo, ma in cui la pallacanestro, nella lista degli sport nazionali, segue con un certo distacco la pallavolo, i racchettoni in spiaggia e – vuoi non metterlo? – anche il calcio?

Faccio due telefonate di verifica, ma è tutto vero. Carlos Delfino, plurimedagliato olimpico con la maglia dell’Argentina (oro ad Atene 2004, battendo l’Italia in finale, bronzo a Pechino 2008), esterno che ha giocato una finale Scudetto e una di Eurolega con la Fortitudo Bologna e che gioca da sette anni in NBA è effettivamente a Ravenna in questi giorni, e ci resterà per un po’ di tempo.
E’ qui perché il suo fisioterapista degli anni bolognesi, Ugo Cavina (semplicemente fondamentale in questa avventura), lavora in un neonato centro medico ravennate il cui titolare segue, quale ortopedico, i giocatori della “nostra” squadra. Altre due telefonate, al mio giornale di riferimento e al dottor Cirilli, direttore sanitario del centro, e arriva “l’ok”. Nel giro di una settimana io e Ricky potremo intervistare Carlos Delfino!

L’appuntamento è per venerdì, ma Carlos ha avuto problemi con il volo e salterà fisioterapia. Bisogna rinviare al lunedì successivo, particolare di non secondaria importanza perché Ricky – entusiasta scudiero in questa “zingarata” – non può mollare il lavoro per due giorni consecutivi. Andrò da solo e questo mi dispiace tantissimo, perché per lui sarebbe stata la prima “grande intervista” e soprattutto perché ci tenevo a condividere con lui ogni aspetto di questa cosa.

I giorni passano e il momento dell’intervista arriva. Carlos si racconta pedalando mentre si riscalda. La prima impressione è quella di un ragazzo disponibilissimo, follemente innamorato della sua Nazione e del suo sport. Un viaggio divertentissimo “dentro” la sua carriera, e fa un effetto incredibile sentirlo parlare con così tanta naturalezza di cosa si prova sul podio delle Olimpiadi o di quanto sia stato faticoso emergere sotto la guida di Larry Brown, “uno che i rookies non li fa mai giocare!”.

- Carlos, prima di tutto come stai?

“Bene, sto recuperando dall’infortunio. L’obiettivo è quello di essere pronto per i primi di luglio, quando si ritroverà il gruppo per le Olimpiadi, ed è con questo obbiettivo che sono stato operato pochi giorni prima della fine della NBA. Sto vivendo un’estate un po’ particolare perché mia moglie è incinta (la signora Delfino è originaria di Cento, ndr), il mio contratto NBA con Milwaukee è scaduto e dal primo di luglio sarò libero di firmare con chiunque, e in più ci sono l’intervento e le Olimpiadi con cui fare i conti. Tante cose da sistemare nel giro di un paio di mesi, non è semplice ma un passo per volta andrà tutto nel modo migliore”.

- Già, il mercato. Che prospettive ci sono?

“Mi piacerebbe restare a Milwaukee ma è ancora un po’ presto per dirlo, bisogna vedere cosa succede. Se posso scegliere, considerando anche il fatto che qualcosa si sta già muovendo (anche in Italia, con un ventilato interessamento dall’Armani Jeans), vorrei restare in NBA, ma è anche vero che ci sono squadre europee molto forti che hanno chiesto di me, e possono essere paragonate alle franchigie americane per valore della squadra, stipendi e qualità del lavoro. L’idea di giocare le Olimpiadi è una cosa separata e rimane fissa. Non importa se avrò o meno un contratto in mano: a Londra andrò in ogni caso”. 

- Hai detto qualcosa di molto importante: qui si fa a gara per evitare la Nazionale, tu invece non vedi l’ora di andarci….

“Il mio attaccamento verso la Nazionale va oltre un semplice posto di lavoro, per me giocare con la maglia dell’Argentina è un orgoglio che supera qualsiasi altra cosa. Siamo un gruppo di persone che ha sempre lasciato da parte gli affari personali per concentrarsi sul campo, e grazie a Dio è riuscito a vincere molti trofei. Sappiamo bene che questa sarà l’ultima occasione in cui saremo tutti assieme e vogliamo dare il massimo perché sentiamo di poter competere per conquistare un’altra medaglia, la terza dopo Atene 2004 e Pechino 2008. Il momento di fare bene è questo e non vogliamo sentire scuse”.

- A proposito di Olimpiadi, come si prepara un girone eliminatorio con Francia e Stati Uniti?

“Alle Olimpiadi non importa chi hai di fronte, ogni sfida vale una finale e si deve sempre giocare per vincere, per cui una squadra vale davvero l’altra. Dobbiamo pensare che la nostra Nazionale è fisicamente in declino perché non c’è stato ricambio, tanto che sono il giocatore più giovane della squadra sin da Atene, quindi da otto anni: Londra sarà l’ultima possibilità di vincere qualcosa per Oberto o Ginobili, e resteranno poi pochi anni a Scola, a Nocioni o a me. Possiamo congedarli con onore e con una medaglia, quindi dovremo davvero dare tutto in ogni momento”.

- Cosa provi a giocare le Olimpiadi?

“Le Olimpiadi sono speciali. Ho avuto la fortuna di giocarne due e di vincere due medaglie con la mia squadra, e regalano sensazioni indimenticabili. Giocare e respirare l’atmosfera di quelle settimane è qualcosa di bellissimo, vincere una medaglia e portare la tua bandiera sul podio è semplicemente indescrivibile. I ricordi di una Olimpiade sono speciali anche perché aumentano il loro valore con il passare degli anni, non li dimenticherai mai”.

- Cosa puoi dire della tua carriera NBA?

“Credo che il meglio sia stato a Toronto, perché ho avuto qualche infortunio di troppo negli ultimi anni. A Milwaukee ho trovato fiducia e regolarità di gioco e sono contento di come sono andate le cose, anche se allargando lo sguardo a tutte le mie sette stagioni, mi sento di dire che potrei fare ancora meglio di quanto non abbia già fatto. Se devo individuare la mia migliore stagione, dico quella del 2010 conclusa con i playoff NBA e un grande campionato mondiale in Turchia”. 

- Senti il rammarico per non avere portato i Bucks ai playoff?

“Pensavamo di avere il talento per farcela, ma Bogut si è fatto male subito e Jackson non era nella forma migliore quando è arrivato a Milwaukee. A un certo punto è arrivata la trade (Monta Ellis per Stephen Jackson, poi girato a San Antonio da Golden State in cambio di Richard Jefferson), e quando c’è uno scambio tutto si complica. Si può trovare ritmo subito, ma in realtà spesso si incontrano problemi per trovare la chimica, e noi dopo un paio di buone settimane siamo crollati e siamo usciti irrimediabilmente dalla lotta ai playoff.E’ stata una stagione dura per tutti, forse noi l’abbiamo pagata un po’ più degli altri”.

- La tua storia è peculiare. Hai faticato a trovare minuti prima di trovare la tua dimensione in NBA, ma non hai mai mollato e i fatti ti hanno dato ragione. Cosa è cambiato nel corso degli anni?

“So che non si deve piangere sugli infortuni, ma la verità è che ho avuto un po’ di sfortuna nei momenti sbagliati. Sono arrivato a Detroit quando i Pistons erano la squadra migliore del momento, ma ero allenato da un coach come Larry Brown, che è bravissimo ma non fa giocare i rookies. Con il tempo il mio spazio è aumentato, ma è capitato anche perché ho cambiato squadra e, a Toronto, ho trovato condizioni decisamente migliori per giocare.Forse sono partito dall’Europa con un anno di anticipo, ma non è mai facile fare la scelta giusta quando hai queste possibilità. Si vive di impulsi e ho pensato che questo fosse il momento giusto per andare”.

- Cosa ti è rimasto dentro della tua esperienza a Bologna?

“La Fortitudo è stata una esperienza grandiosa. Eravamo una squadra buona, ma che non era fatta per arrivare fino a dove è stata capace di arrivare (finale di Eurolega a Tel Aviv battendo Siena in semifinale, poi sconfitta col Maccabi). C’era tanto talento, eravamo giovani e abbiamo formato presto un gruppo bellissimo, che si è esaltato anche grazie alla gente che ci seguiva. Penso che chi ha avuto la possibilità di giocare a Bologna, alla Fortitudo o alla Virtus, in quegli anni, sappia bene di cosa sto parlando. Oggi passo spesso da quelle parti e provo tanta amarezza se ripenso a quegli anni, perché una volta tutto era profondamente diverso. Auguro sempre il meglio alla Fortitudo: so che non sono anni belli, ma la sua gente è stupenda e saprà certamente portare avanti il suo spirito”.

- Argentina, Italia, Russia, Stati Uniti? Cosa ricordi con più piacere dei luoghi in cui hai giocato?

“Fuori dal campo ci sono mille storie da raccontare, sarebbe complesso trovarne una sola. Posso parlare di questi quindici anni in giro per il mondo e dire che sono veramente contento di poter vivere dello sport che amo. Mi diverto in campo, non soffro quando vado a lavorare, ogni anno e ogni posto in cui sono stato mi ha lasciato qualcosa, posso essere davvero contento. In tutto questo, credo che l’Italia sia la mia seconda casa. Un giorno tornerò sicuramente in Argentina, ma qui vengo sempre molto volentieri, e non solo perché mia moglie è italiana: questo è il luogo in cui sono esploso come giocatore e in cui sono diventato uomo, ho vissuto anni fondamentali in Italia”.

Carlos finisce di pedalare, l’intervista è finita e il tempo è scaduto. Grazie Carlos, grazie Ugo, grazie soprattutto a Ricky perché l’idea è stata la tua.

Miro De Giuli

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