Where Mediocrity Happens: 2004

Per un bidone venire dopo il 2003 è come raccogliere l'eredità di Jordan o Kobe, senti una pressione pazzesca. Inutile dire che non c'è stato un altro Darko nel 2004, anche se un paio di picchi di qualità straordinaria ci sono lo stesso. Il vincitore, parere personale, è alla numero otto. Idolo vero.
Questo il solito draft per intero.
Per citare certe seconde scelte: Varejao alla 31 (e avevano scelto Araujo alla 8...), Duhon alla 39, Ariza alla 44. Senza contare gente diventata bravina in Europa, come Spanoulis, Sato, Sanikidze...
Shaun Livingston (4)
Progetto pornografico come pochi: due metri di playmaking selvaggio, talento atletico ed istinti da sgrezzare, ma potenzialmente devastanti. Solo che poi vedi che l'hanno scelto i Clippers e quindi doveva andare male qualcosa per forza, tipo una propensione agli infortuni imbarazzante. I primi due anni fa vedere lampi incredibili, stronzate clamorose ed una base di partenza comunque intrigante. Ah, salta una caterva di partite per infortuni vari. La terza stagione parte discretamente (9 punti e cinque assist a gara), poi si rompe in uno dei modi più brutti e spaventosi degli ultimi dieci anni. Carriera finita? Sembrava di sì, salta tutto l'anno successivo, ma nell'ottobre 2008 firma per Miami. Dodici partite quell'anno, trentasei quello successivo, settantatre l'anno scorso e cinquantotto quest'anno, passando per Miami, OKC, Washington, Charlotte – quando era solo una squadra di merda e non la peggiore della storia del sistema solare - e Milwaukee, giocando venti minuti scarsi a partita, mediamente. E' ancora un giocatore di basket, ed è già un mezzo miracolo.
Rafael Araujo (8)
Questa è una rubrica che, come i più attenti avranno notato, parla soprattutto di bidoni. Ecco, Araujo in confronto al bidone medio di questa rubrica, è un sacco dell'umido, di quelli che puzzano dopo dodici secondi e ti fa schifo anche solo l'idea di doverli prendere in mano. Una delle cose più scarse che si siano mai viste su un campo da basket, campetti in cemento di Longardore compresi, ed il bello è che all'epoca era pure già vecchio per essere un rookie. Ventiquattro anni, Darko Milicic fu scelto un anno prima ed è cinque anni più giovane. Per dire. Dopo tre anni osceni tra Toronto e Utah, ed uno a San Pietroburgo, passa a fare il profeta in patria. E' brasiliano, fosse stato di un qualsiasi stato europeo avrebbe potuto fare il profeta in C2.
Luke Jackson (10)
Forse non vi sarà sfuggito in epoche relativamente recenti a Ferrara, anno in cui la squadra è retrocessa ed in cui lui si è distinto su tutti per una innaturale e sconvolgente capacità di arrotondare i propri tabellini a partita finita. Sulla carta giocatore tecnico discretissimo, ala piccola bianca dai grandi fondamentali. Però meno atletica dei propri allenatori. Gira un po' di squadre avendo la coerenza e la professionalità di far cagare in tutte, indistintamente. Tanta NBDL, e la parentesi vittoriosa di Ferrara, come detto.
Robert Swift (12)
Centrone timido e più pallido di un muro bianco, appena uscito dal liceo, uno dei classici progetti a lunghissimo termine. Il primo anno entra in campo giusto per avere la scusa per far la doccia a fine partita, mentre il secondo gioca una cinquantina scarsa di partite – venti da titolare – registrando più di sei punti e cinque rimbalzi a partita. L'anno successivo sembra pronto per diventare un giocatore di basket, peccato che dopo un minuto di una gara di preseason si sbricioli la caviglia destra. Anno finito ancora prima di cominciare, e così la sua carriera a livelli presentabili. Dopo altri due anni a rompersi qualsiasi cosa, palle comprese, finisce in Giappone, dal suo ex allenatore ai Sonics Bob Hill.
Fun fact 1: un giorno Robert si rende conto di avere un sacco di soldi e un sacco di tempo libero e decide di investirli in una moda intelligente e sobria: i tatuaggi. Già era un bello prima, poi è diventato una cosa di un altro livello, tipo così
Fun fact 2: la Lega Giapponese è abbreviata BJ League. E qui sbizzarritevi neanche avessero sdoganato le bestemmie creative.
Kirk Snyder (16)
Buon talento offensivo, anche ragazzo tranquillo, di quelli che presta il sale alla vicina, porta fuori il cane e la spazzatura e magari irrompe in casa tua e cerca di spaccarti la faccia. Le classiche cose da buon vicinato, né più né meno. Primo anno decente a Utah, secondo buono agli Hornets (otto punti di media e spessissimo titolare), poi comincia a fare lo psicopatico. Più di quanto già non fosse, intendiamoci. Un po' di Houston, un po' di Minnesota dove pure quel poco lo gioca discretamente, poi scompare dai radar NBA. Forse perchè tra le altre era stato condannato a tre anni di prigione (mai scontati per intero, ovviamente, tutto il mondo è paese). Uscito dal carcere finisce in Canada, in Russia – a Novgorod, mica Mosca - ed in un posto dal nome caliente di cui non ho voluto verificare la provenienza, il tutto in un anno solo. Sicuramente perchè era troppo adorabile per stare in un posto solo e gli avevano chiesto di condividere con altri la sua simpatia.
Pavel Podkolzin (21)
Questo era talmente forte quando giocava a Varese che chi scrive ricorda distintamente il momento in cui infilò un piazzato dai cinque metri e per poco il palazzetto non venne giù nemmeno Javalone avesse segnato una tripla ad occhi chiusi. Dopo due anni tra il brutto ed il terrificante in terra lombarda viene scelto perchè, ehi, 226 centimetri non è che li trovi dovunque. Gioca 6 partite in totale in NBA, circa 8 più di quelle che avrebbe meritato. Ora è in Russia, a Novosibirsk, sua città natale, posticino di cui vi raccomandiamo una visita in inverno, quando gli orsi polari per il freddo se ne stanno in casa a bere della ciobar. Nel tempo libero taglia la legna e porta a la renna fuori a pisciare.
Viktor Khryapa (22)
Questo è uno di quei nomi che meriterebbero di stare da un'altra parte, non su una rubrica dove si parla di bidoni. Perchè bidone non è, e di quattro anni passati in NBA, tra Portland e Chicago, almeno un paio li passa a fare cose carine. Ma tra infortuni ed un talento offensivo limitato per la NBA, se ne torna in Russia. Sì, ma non a Novisibirsk dove giocano a basket dopo aver scuoiato renne e tagliato legna nei boschi, bensì a Mosca, nel CSKA. E quando non è rotto è uno dei giocatori migliori della miglior squadra in Europa – che poi abbia avuto la buona idea di farsi rimontare centordici punti dall'Olympiakos è un altro discorso - nonché della nazionale russa, che non è esattamente quella di San Marino.
Sergey Monya (23)
Ecco, leggetevi quanto scritto sul tizio sopra, e trasportatelo su Monya, ad un livello inferiore, ma non troppo. In NBA si vede pochissimo, e per fortuna, in Europa si sono visti giocatori decisamente peggiori. Terzo russo in tre scelte, e terzo pick a conti fatti buttato nel cesso. E doveva ancora arrivare Korolev, l'anno successivo...
David Harrison (29)
La sua stagione migliore in NBA è arrivata l'anno da Rookie. E non perchè abbia collezionato settantadue punti, trentotto rimbalzi e dodici stoppate a partita. Anzi. Il motivo di tutto questo è molto semplice: il suo anno da rookie è coinciso con “The Brawl” tra i Pistons e i Pacers, la sua squadra. Ah, e Foster era rotto. Ad un certo punto si è trovato a dover litigare per un posto con le cheerleader ed il tizio del chiosco di hot dog, il che spiega le quattordici partite da titolare. Sei punti e tre rimbalzi a partita, avessi detto. Ed è stata la sua annata migliore, appunto. Dura altri tre anni, poi finisce in Cina. E ci rimane.

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