Believe in

Di solito funziona così: quando sono devastato dalla giornata e non ho le forze per star in piedi la notte a vedere le partite, la mattina mi alzo e senza guardare il risultato metto in download il match in questione.
Stamattina Boston – Miami era già nel mio pc, le sorti dell’est nelle mie mani e il risultato ignoto.
Stacco.
Fila in stazione in attesa del biglietto. Incontro un mio caro amico che dopo il buongiorno mi guarda e fa:
- Ma stanotte?
- Ce l’ho nel computer, adesso appoggio il culo e guardo.
E lui fa QUELLO sguardo. Non serve altro. Boston l’ha portata a casa.
- 93-91.
Alzo il pugno, lui fa lo stesso e il significato è inequivocabile: ‘Dai Cazzo!’
Una prefazione necessaria per mettere in chiaro una cosa: Boston non è morta, Oklahoma nemmeno, siamo 2-2 e abbiamo due serie aperte,due serie della Madonna e adesso Celtics e Thunder ci credono. Un casino.
Ma andiamo per gradi.
Sponda Est.
Settimana scorsa Rondo ha sfornato LA prestazione della vita. 44 viole, 8 rimbalzi e 10 assistenze. Senza una pausa, senza una sostituzione, 53 minuti- si cinquantatre - in campo. E non è bastato.
Miami porta a casa gara 2 e Boston perde dopo un overtime e quella prestazione.
Cose così prendono il tuo morale di squadra e lo ficcano in una fossa dopo averci sputato su un paio di volte.
E qui si commette l’errore numero 1. Sottovalutare il cuore di Boston. Lo dicevo nello scorso articolo, ‘ Morti’ e ‘ Celtics’ sono due termini che non vanno molto d’accordo tra loro, ma qui abbiamo assistito ad una vera e propria resurrezione. Gara 3 infatti l’han vinta in più o meno tutti i campi giocabili, si anche quello fisico e quello atletico. Sono rimasto impressionato dall’energia che han messo sul parquet e da quella voglia di non mollare un dannato cazzo. Mai.
Il Doc ha messo a punto un paio di aggiustamenti che han dato la vittoria ai biancoverdi e Miami si è trovata a dipendere da James e Wade che non sempre riescono a mettere insieme 70 punti.
Stanotte la svolta. Gara 4 in una serie sul 2-1 non è importante, è fondamentale per chi sta sotto. C’è poco da fare, o porti il risultato in cascina o torni in casa degli altri sul 3-1 e son uccelli per diabetici.
E quindi? Altra partita, altro overtime, altra vittoria Celtics. La seconda in fila, 93-91 appunto, serie in parità e la convinzione che Miami faccia un attimino fatica a concretizzare le vittorie quando la devono vincere sugli ultimi possessi.
Errore numero 2 di Miami: non ho visto schemi, non ho visto tattica, ho visto individualità e improvvisazione. Palla a Lebron o Wade e che Dio ce la mandi mandi buona. Magari anche no. Sono due campioni, sono due fenomeni, ma se non disegni uno schemino e lasci all’improvvisazione non ti potrà andare sempre bene.

Attraversiamo l’oceano. Scott Brooks non sarà un fenomeno di allenatore, ma sa chi ha in squadra e sa dove deve finire la palla quando la devi portare a casa. Lo sappiamo noi, figuriamoci lui, che su un possesso decisivo la palla finisce in mano a quello con il 35, è inevitabile, ma almeno c’è una parvenza di schema. Un pick’n roll o dei blocchi per farlo smarcare e prendersi il tiro. Raramente palla in mano e segno della croce.
La differenza sta tutta lì.
Ovest dicevamo. San Antonio non perdeva da un sacco di tempo. Tipo prima metà di Aprile e la musica continuava a suonare la stessa melodia in gara 1 e 2. Un Ginobili che spiega al Barba cosa vuole dire essere un sesto uomo con esperienza, un Parker che non sto qui a spiegarvelo e Duncan rinato. Tutto secondo i piani, si vola a OKC , l’idea generale era che magari una gliela lasciavano portare a casa e poi si chiude la pratica, arrivederci e grazie.
Ecco, no.
Oklahoma non ha mai perso in casa durante questi playoffs, merito soprattutto di un pubblico che incendia il palazzetto e dice sold out anche se ti chiami Lil Wayne.
Il cuore dei tifosi è alimentato dalla voglia di vincere dei giocatori e dalla loro voglia di crederci.
Siamo di fronte al passato contro il futuro dell’ NBA, ma è il presente che conta e il presente dice che se Oklahoma alza il volume della musica non c’è né per nessuno.
Gara 3 vinta di 20, gara 4 dominata dal punto di vista fisico con un Ibaka che scrive 11 su 11 dal campo e un jumper dai sei metri solido come il fisico che si porta in giro e un Perkins che dopo essere portato a spasso da Duncan e Diaw- dio ti benedica mio adorato ciccione con le mani d’oro- firma 15 punti e si toglie un paio di sassolini dalle scarpe rivolgendo parole d’amore al trio di commentatori Albert-Miller- Kerr dopo che questi avevano criticato la sua difesa in gara 2.
E poi c’è la Durantula che decide che ‘è ora di basta’ per gli Spurs e ne mette 18 nell’ ultimo quarto, scrivendo 36 alla fine, con una semplicità e una pulizia che non ho mai visto in nessun altro giocatore.
Due pari da entrambi i lati degli States quindi, in attesa dell’ atto finale, in attesa delle contender per l'anello, in attesa di nuovi campioni e nuove storie da raccontare
- Tags: Boston Celtics, Kevin Durant, Miami heat, NBA, Oklahoma City Thunder, Playoffs, Rajon Rondo, San Antonio Spurs

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