Il Barone: dai sobborghi di L.A. fino a UCLA
Nella NBA, e non solo a ben vedere, ci sono ottimi giocatori capaci di aizzare folle e far cadere mutandine con i loro canestri, le loro cifre, il loro talento. Magari parlano poco, sorridono se c'è scritto nel contratto, ma fanno in modo che parli il campo per loro. Derrick Rose è l'esempio più eclatante. Ed invece c'è chi negli ultimi tredici anni ha fatto sì parlare il proprio talento, debordante, ma non è che questo gli abbia impedito di far discutere anche con tutto il resto: con il proprio carisma, il proprio sorriso, con il proprio abbigliamento. Ma soprattutto, con la propria barba.
Il Barone.
Se uno dei tuoi tre nomi – gli altri sono Walter e Louis – è Baron è evidente che qualsiasi cosa tu finisca per fare nella tua vita, dal netturbino al giocatore NBA, dal trafficante di banane a Dio, non puoi farlo in silenzio, senza dare fastidio a nessuno, senza farti notare. Soprattutto se cresci a Los Angeles e in uno di quei quartieri in cui se hanno bisogno di una sigaretta prima te la tirano fuori a suon di cazzotti, e poi ti dicono grazie. E' un po' come chiamarsi Marchese Marco Francesco e vivere a Quarto Oggiaro. A parte denunciare tuo padre – nel caso di Davis al massimo i nonni, dei genitori non si sa granchè e lui non ne parla di certo volentieri - per la scelta del nome, hai bisogno di una certa dose di carattere per uscirne bene. Ed il Barone ne esce bene, anche e soprattutto grazie alla sorella Lisa ed i nonni Luke e Lela Nicholson. Sì, Luke e Lela.
Infanzia difficile ma controllata dai nonni – soprattutto Lela, Luke morì nella dura lotta contro la Morte Nera ed i Sith quando Baron aveva soltanto otto anni, a quel punto il suo legame verso la nonna divenne ancora più forte e significativo – che lo incoraggiarono a frequentare una rinomatissima scuola privata piena di futuri medici ed avvocati che gli aveva offerto una borsa di studio di tipo sportivo. Era, secondo Lela, il modo migliore per levarlo dal quartiere e fargli frequentare un ambiente molto più sicuro. Allontanandolo così dagli amici con cui giocava sempre nel campetto nel cortile di casa, un campo metà di erba e metà di cemeneto, che a quanto pare lo aiutò a sviluppare il controllo di palla straordinario che si sarebbe portato appresso per tutta la carriera. Non un adattamento semplicissimo quello alla Crossroads High School – questo il nome della scuola di profumati che frequentava, ed infatti il Baron ragazzino provò a tornare a casa sua dopo il primo anno, ma la nonnina gli fece chiaramente capire che avrebbe solo dovuto provarci e ne avrebbe pagato le conseguenze - ma era talmente forte con la palla arancione in mano che tutto il resto veniva di conseguenza. Sostanzialmente una macchina da guerra: il fisico che poi avrebbe trasportato ad UCLA e successivamente in NBA era la cosa più dominante che si potesse immaginare per un playmaker. Grosso, atletico, potente, agile, coordinatissimo. Ma anche intelligente, con due testicoli grossi come la Groenlandia e con un talento tecnico clamoroso.
L'attenzione che attirò sui college e sui reclutatori era senza precedenti, la Crossroads non riusciva più a gestire le chiamate che arrivavano da persone interessate a questo talento abbacinante. Anche perchè l'ultimo anno di liceo vince praticamente tutto quello che c'è in palio, a livello di squadra e a livello personale, da svariati premi di MVP, ai tornei più disparati, fino al campionato di rubamazzo che si teneva tra la sedicesima e la trentaquattresima. Partecipò, nel tempo libero, anche al McDonald's All-American, l'equivalente dell'All Star Game per liceali – quindi avendo negli occhi i vari Rookie Challenge immaginatevi quanto possa essere straziante questo, che raggruppa ragazzi ancora più giovani ed acerbi – giocando insieme a gente come Battier, Brand, Larry Hughes e sua maestà Metta World Peace, che all'epoca aveva ancora un nome da essere umano. Trovò anche modo di stracciare tutti nella gara delle schiacciate, pur essendo il più basso a partecipare.
Si diceva della lotta spietata tra i vari college per accaparrarsi questo toro prestato al playmaking: Duke, Kansas, Michigan, Connecticut e Georgetown, praticamente tutte le più

importanti. Ed ovviamente anche UCLA, dove lui era di casa. Scoppiò, proprio con UCLA, un mezzo scandalo quando la sorella Lisa, che nel frattempo aveva trovato lavoro proprio nella sezione dedicata all'approvvigionamento cibo dell'università, gli regalò un'auto – una Chevy Blazer del '91 - che si scoprì aver comprato dal figlio di Jim Harrick ad un prezzo inferiore
rispetto al valore di mercato. Scattò anche un'inchiesta per possibili irregolarità nel reclutamento, andò a finire che in un modo o nell'altro la NCAA forzò le dimissioni di Harrick da coach dei Bruins a causa di una fedina – a livello sportivo – pulita quanto un cesso della stazione, promuovendo al suo posto Steve Lavin, precedente coordinatore del reclutamento del college, con cui il Barone aveva un ottimo rapporto. Questo fu l'ultimo dettaglio che lo convinse a dare la comunicazione ufficiale – in diretta prima di una sfida Clippers-Jazz - a diventare definitivamente un Bruin.
(continua)
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